04/05/16

Otto Alexander Steinnenman o Della Sopravvivenza



Quello che ho da dire non è serio
Nulla può esserlo in questa epoca. Nulla di tragico resiste, se non nella forma neutralizzata dello spettacolo.
Allo stesso tempo, quello che ho da dire non è ironico
Per motivi igienici mi impongo di non dare di gomito, di risparmiare al lettore il sarcasmo. Non mi nascondo dietro una presa in giro.

Cosa rimane? Le due forme del paradosso: quella estroflessa della burla mortale, ironia del caso che è la realtà nella misura in cui buca le forme interpretative (Situazionismo! Surrealismo! Dada!), quella introflessa della crisi depressiva, doppio vincolo che non può andare né tornare né sparire.

Eccoci al dunque: tutto questo non mi riguarda (se riguardasse me, il tuo posto non potrebbe essere più comodo. Ecco come funzionerebbe: ti racconto quello che mi tocca, e puoi scegliere se concedere o meno l'empatia. Nel qual caso, spingi un tasto e fai di questa rappresentazione un componente della tua autorappresentazione. Potere in cambio di identità. E' il gioco della popstar, del youtuber o del fashion blogger. Io però non cerco potere, dunque non concedo identità.)
Allo stesso tempo, tutto questo non riguarda te (ecco il giro inverso: identità e potere. Io mi prendo l'identità mentre ti spiego dove sta il tuo potere di cambiare le cose. E' il gioco moralista del prete o dell'influencer, sempre uguale e impermeabile al mutare del tasso di tecnologia implicato).


Abbi pazienza, lo so che tutto questo ti annoia. In fondo non c'è nessun ricavo, non ti stai divertendo, e non c'è niente quì che legittimi la tua vita o esalti la tua possibilità di cambiarla. Tu (come funzione discorsiva, come "pubblico" nel doppio senso di cui sopra) non mi interessi.
(ciò non toglie che il mio godimento sta tutto in quel gesto che non posso costringerti né indurti a compiere, con il quale svegli la Feroce Bestia della tua Libertà.)

Eppure.
Cosa dico quando dico "tutto questo"? La semantica è giocare sporco, il tentativo di fissarla una volta per tutte incontra la giusta derisione di un esito ancora una volta paradossale.
"tutto questo" è pura pragmatica, è formula magica.

Io come carne e sangue non mi faccio scrittura. Scrivo sulla superficie di un corpo che non è ancora soggetto, benché faccia finta di esserlo. Non accumulo potere, non accumulo identità. Resto cosciente dell'interferenza del sistema faccia-bocca-voce sul sistema corpo-mano-segno. Articolo la variazione alla seconda: tastiera-rete come una possibilità di distribuzione infinita.
Non penso di essermi spiegato, ma cerca di agire come se l'avessi fatto.

Non c'è bisogno di metterci la faccia. Non c'è bisogno di forzare ognuno in direzione della sua propria insicurezza. C'è una consolazione che non è pacifica, che non è irregimentata, e risiede nella infinita possibilità ignota oltre i circuiti ai quali abbiamo fatto l'abitudine.
Non c'è bisogno di ricostruire un corpo, un'identità, un potere. I circuiti possono funzionare indipedentemente se smettiamo di pensae che sia nostra responsabilità, nostro merito il loro funzionare.

Ancora meglio: i circuiti funzionano già indipendentemente. Postumanità in atto, cui ancora non corrisponde una variazione del pensiero.
La fabbrica come macro-macchina esistente, trionfo della defecazione. La società come marciume, esito inflorescente della produzione spasmodica.
Potere, identità, soggetto come sottoprodotti della costruzione di tutto ciò.



E non sarebbe nemmeno un risultato teorico, questo.
Si tratta del fottuto punto di partenza.
Il nodo di gordio non è tagliato né sciolto. Non è mai esistito. Nessuna conquista è possibile.

La vittoria del GesùCristo sulla morte è una invenzione didascalica. La vittoria del Buddha è la rivelazione che morte e vita non fanno poi tanta differenza.

Niente di nuovo, per Baruch.

La verità non si spiega. Risuona, "timpaneggia". Non ti fa più bello né più efficace né più felice. Povero piccolo essere umano, un ponte che si crede casa, un neurone che si crede pietra. Incapace di scorgere i miracoli, ipnotizzato da uno spettacolo che chiama realtà.

Che cos'è una crepa? E' un modo di cadere fuori dal piano di esistenza comune.
Certo che si paga un prezzo.
Talvolta è l'afasia
Talvolta è l'antiproduzione
Talvolta è la malattia, o l'euforia, o l'odio, oppure la repressione.



Ovviamente, il costo è alto, e più spesso si rimane in debito. E allora l'orizzonte della liberazione diventa una ossessione, una sostanza orientale da rincorrere. Il Dio di Spinoza che si fa Dio di Abramo, il suono dell'eternità si trasforma in puzza di carne viva. Il prezzo viene condonato in obbedienza.

Ma non credere: di nuovo si tratta di una mossa fasulla: potere in cambio di verità. Ancora meglio: chi condona non deve possedere la verità, è sufficiente che ti esenti dal cercarla per ottenere il potere. In fondo siamo tutti nel business degli alibi, no?

Non io, per esempio. E per esempio nemmeno tu. Vero?
Non mi faccio le pulci per insicurezza, e nemmeno vado da nessuna parte. Non supero ostacoli per dimostrare il mio valore, non ammazzo mostri per liberare principesse. Rimango sempre esattamente fermo, batto sempre sullo stesso punto. Godo degli ostacoli, mi offro in pasto ai mostri e lascio che le principesse si liberino da sole dai legacci della propria stirpe, scambino la propria purezza in postriboli bui con un pugnale, per tagliare con quello teste di tiranni.
Non consolo nessuno. Non c'è nessuna morale.

Sei solo uno dei tanti, uno sputo in faccia all'immenso, e alla fine muori. Questo scrivilo sul tuo bastone di maestro.
Non ci si organizza per prendere il potere, ma per distruggerlo.
Questo è tutto.

Che Avalokitesvara ci protegga.


31/03/16

Origin story

"I'm like a dog wif no legs, u'll find me where u left me"
Ninja, Hey Sexy




Quando ero un adolescente avevo idee luminose, con bordi taglienti, e uno spazio mentale reso lucido dalla mancanza totale di prospettive, o almeno è così che la ricordo adesso.
All'epoca, scrivere mi sembrava naturale, come respirare. Un'esigenza basilare, indiscussa. Leggere e scrivere, la circolazione dei flussi emotivi e delle idee in una Bestia Umana eterna ed immortale, incurante delle meschinità e della frustrazione, capace di far penetrare il suo ruggito immenso nelle pieghe di una lentezza informe.

Una forma di masturbazione onestamente non più originale di altre, nutrita nell'isolamento astioso e in letture crudeli. Senza maestri, senza compagni, libero di affratellarmi ai giganti, inevitabilmente ferito e disgustato nel trovarli poi in giro, accompagnarsi ad altri. Che altri avessero letto Nietzsche: un affronto. Che altri lo avessero capito: una inaccettabile bestemmia.

Ed ecco la radice della prima torsione. Scrivere per chi? La paura dell'incomprensione è banale, è un riflesso pallido del reale terrore, quello di essere capito e non essere in fondo niente di speciale. Fame di sintagma, sete di eternità, come possono venire a patti con lo scenario della provincia? Scrivere come se si fosse altro, come se si fosse altrove. Leggere e scrivere come respirare aria differente.

Immaginammo un cortometraggio, una volta, insieme al vecchio Renton, un amico di sentimenti simili solo in parte, ora assorbito in una carriera brillante, laureato di lusso in giurisprudenza. Un giovane - inevitabile cercare l'autobiografia quando non la si può gestire. Inevitabilmente, appena ci si conosce un po', il racconto perde il suo fascino - percorreva le strade della nostra cittadina provinciale. Si fermava a contemplare un fiumiciattolo sperduto, passeggiava fra i muri sbrecciati di un mastodontico residuato dell'era industriale, lungo un muro di costruzione etrusca. Fra le acque luride, fra i residui enigmatici ammonticchiati negli angoli, negli anfratti dei pietroni a secco trovava segnali, riceveva messaggi iniziatici, raggiungendo infine la realizzazione dell'irrealtà di tutto il contorno.

A posteriori, la faccenda è chiara: il senso di estraneità si trasforma in desiderio di un altrove che non è semplicemente altro, ma oltre. Non ci(mi) sarebbe bastato andarmene: cercavo invece la trasfigurazione. La verità, al suo apparire, avrebbe reso ridicolo e meschino ciò che fino ad allora era inevitabile e stolidamente reale. La menzogna si scioglie come neve al sole. La stupidità sparisce.

Inevitabile, con il senno di poi, la fascinazione esercitata dall'Ideale, nei suoi aspetti multipli: il Nirvana, il Sogno che si prende la sua rivincita sulla realtà, la Rivoluzione che sorge a vendicare e riscrivere il destino dell'umanità, la Filosofia che scopre le carte. Eccomi, dunque, a diciassette anni: comunista senza un Partito, dadaista senza Internazionale, buddhista senza Sangha, lettore avido di filosofia, messo sull'avviso prima ancora di un qualunque contatto dei pericoli dell'accademismo, impegnato a costruire sette immaginarie (vi ho mai parlato della Fazione Armata Spinozista?)

Chiuso nell'empasse, scrivevo nonostante me, nonostante loro. Non perdonavo alle persone intorno a me l'essere solo ciò che erano, la mancanza di vocazione eroica. Frequentavo i più strani, i sognatori e i perversi. Ero presuntuoso, arrogante, impaziente, sciocco, convinto di sapere ciò che non sapevo. Mi perdono pensando che questi difetti, tipici dell'autodidatta, prevengono le condizioni della propria correzione, condizioni che richiedono un Maestro.

Il resto della storia è banale, forse. All'uscita dalla scuola dell'obbligo non ero confuso, eppure non sapevo rispondere alle domande che mi erano poste. Avrei voluto, anzi, prenderle e scuoterle. Nella mia acerba sicurezza, non ero capace di dire ciò che provavo: che avrei preferito chiedermi cosa fare del mondo, piuttosto che cosa fare di me. Che cos'ero infatti io, se non il tentativo reiterato di sottrarmi all'integrazione in uno scenario repellente? Che cosa, se non un repertorio di nascondimenti, evitamenti, sotterfugi, doppi sensi? Come avrei potuto rispondere ad una domanda che implicava surrettiziamente la direzione inversa a quella di ogni mio sforzo?

Io avrei voluto morire per la causa (quale, poi? Le idee al riguardo erano assai complesse, come ancora lo sono), e mi si chiedeva di vivere per uno stipendio. Avrei potuto forse cedere, se l'alternativa fosse stata semplice, ma non lo era. Scelsi la filosofia, iscrivendomi in una città diversa dalla mia. Entrai in un collettivo, come era inevitabile. Presi ciò che potevo: un po' di buone letture, il calore di fare parte di qualcosa, le amicizie sincere che solo l'ovattata cesura universitaria può ospitare in una piccola città della toscana. Aspettavo qualcosa, ma cosa? Chiacchierando, mi vantavo di progetti grandiosi mai realizzati.

Uno di questi era un romanzo, intitolato con dubbia originalità "0".
Parlava di una periferia industriale agitata da una sommossa, gruppuscoli anarchici impegnati in lotte intestine. Parlava di ingegneria sociale, di amore, di morte... il solito insomma. finii per tenerci talmente tanto che mi era doloroso scrivere.
(Smettere di scrivere, come smettere di respirare. Vivere in apnea, abbandonati ormai dalla meravigliosa bestia dell'illuminazione, incapace di cogliere l'eco del suo ruggito.)

Poi l'Irlanda. Freddo, disgustoso isolamento. Fra le altre cose, trovarsi davanti per la prima volta l'università come istituzione funzionale alla diffusione, amplificazione e capillarizzazione delle dinamiche capitaliste.
Fino a quel momento, per me università era il nome di un relitto, una tradizione tenace, insensata eppure incapace di morire, che ancora ostinatamente oppone le sue distribuzioni di potere filiativo e clientelare ai nuclei ugualmente deboli e morenti di potere filiativo e clientelare al suo esterno.
Nel passaggio da dentro a fuori, trovai un incremento vertiginoso di pragmatismo, di capacità tecnica-organizzativa. Ognuno degli enigmi gelosamente custoditi in uffici misteriosi, ogni alzata di spalle "eh, che ci vuole fare, è l'italia" era sparita. Tutto era alla luce del sole. Eppure, ogni cosa era vuota.

Eliminate le contraddizioni, non restava spazio neppure per quelle forme di rimessa, gli spazi carsici dell'Ideale nel deserto della realtà. Il problema si espandeva smisurandosi. Lo spazio iniziatico non era più disponibile. Cominciai a leggere Deleuze, Debord, i francofortesi. La letteratura a disposizione era anni luce avanti a quella circolante di norma in Italia(1), ma gli studenti leggevano perlopiù senza passione, senza urgenza. Non avevano il terribile sospetto che affila i nervi: di alienarsi sempre di più, andando avanti. Di pagare cara l'intelligenza, rendendosi insopportabile lo spettacolo barocco e permanente del potere, i residuati tribali. Di doversi nascondere, per non suscitare il sospetto dell'Ignoranza Sovrana, la ringhiosa reazione del Potere Analfabeta.

E poi il ritorno. E Torino. La meravigliosa Torino, in cui finalmente i compagni hanno chiari i termini dell'equazione. Migliaia di chilometri dallo stordimento provinciale, dalla quieta accettazione dell'esistente. Reazioni! Discutibili, volgari, intelligenti, sperimentali. Ovviamente, vanità e superficialità. Ovviamente: pose intellettuali e ricercata affettazione.
Per la prima volta, una serie di mitologie personali tornavano a deridermi sotto forma di persone e cose, reali. Non immagini. Non il ruggito della Bestia, non una trasfigurazione, ma una resistenza sorda e continua, carne e sangue e tanfo, e tutti i pericoli, le compromissioni, la realissima realtà. E' a torino che trovo un Maestro, che si rifiuta di dirmi in cosa credere e sbriciola le traiettorie troppo semplici. Un Maestro che chiude le porte, spezza i voli, taglia le illusioni e introduce sua maestà Il Concetto come se fosse sempre stato lì, come se non potesse essere ucciso. Non so dire la gioia e il dolore, il tempo troppo vicino non può più essere raccontato.

Ed è a Torino che comincio a scrivere per qualcuno. Voglio capire, e voglio che capire serva. Voglio sottolineare le crepe, trovare i buchi. Ma non voglio essere io a farlo: per troppo tempo ho vissuto del residuo delle mie parole, trovato una rassicurante identità nelle pieghe di ciò che altri, mi illudo, non possono capire.
E' a Torino che comincio a desiderare la Claredo. Ed è forse sempre la stessa cosa: la Rivoluzione personale che è il Nirvana, il Nirvana collettivo che è la Rivoluzione, il sogno che è Realtà Rivoluzionaria... eppure lo voglio sul terreno. Mi vergogno della riduzione, dell'astrazione dei tentativi precedenti. Se bisogna parlare, bisogna farlo con la lingua. Se occorre scrivere, bisognerà farlo per l'amico. la Verità è una Bestia troppo enorme per infilzarla d'un colpo. Occorrerà prima di tutto essere sinceri.

E poi il ritorno, che cancella ogni illusione. Pesato, misurato, trovato mancante: una ulteriore e magnifica lezione di quel che significa la disparità fra l'immagine artefatta di se, a proprio uso e consumo, e la serie infinita degli esseri umani che ci include come variazione minima. La tentazione di rigettare la prima o la seconda.
Ancora, di questo non parlo se non in modo obliquo.
Il ritorno, nella piccola città antica. Il ritorno, le facce vecchie e le facce nuove. Nessun modo per spiegare, per raccontare cos'è successo. Un salto indietro di dieci anni, a quando la realtà era scollata, divisa in due: fuori e dentro la testa.
E ironicamente, tutto si ripropone: la lontananza ha creato di fatto una alterità che forse prima era solo un desiderio.

Il tentativo di scrivere si inaridisce. Torna inavvertita l'afasia. I tentativi di mandare avanti Crepe sono velleitari, muti. L'incomprensione e la comprensione. I vecchi problemi...

E poi, ecco, oggi mi sono svegliato, e volevo dirvi che cosa mi passa per la testa, e ricapitolare tutto, e capire io per primo da dove mi viene il prurito sui polpastrelli.
Perché scrivere è come grattarsi. Inutile. privato. Indecente. Necessario.

Lorenzo

(1) Per "di norma" si intendono unicamente i limiti della mia scarsa esperienza all'epoca.

13/11/15

Linee


Rispondi, in fretta: cosa ti porta? Cosa ti spinge?
Chissenefrega (prossima domanda): Quale di queste figure fa piangere
Il cadavere dai denti d'oro?


La prima volta ci arrivi senza sforzo
La seconda la ricerca è già ossessione
La terza  il fantasma del Metodo compare
Per frustrare dolcemente l'eroe, il santo.



Cosa succede a sperare troppo a lungo?
Cosa succede ad attendere la giustizia?
Cosa succede ad abusare della serenità?
Quale forma di violenza è sublime?



Preferisci il gioco delle domande e delle risposte
O quello del limite e degli attraversamenti?
Incontrare il tuo destino o un vecchio amico?
Un raro segreto o un'ovvia felicità?


Non tutto ha capo, ciò che è stato fatto
Non tutto torna a galla, dopo l'urto.
Ciò che non ricordi, sedimenta
e prima o poi ti tradirà.


03/11/15

Ritorni

Per assomigliare a me stesso faccio sforzi incredibili.

A volte, a partire da carne mobile, costruisco una fisionomia: la studio sul dritto e sul rovescio e mi dico: si, è proprio così che sono, proprio così mi definisce lo sguardo. Devo solo stare attento, mi dico, a non cambiare postura. A mantenere gli slittamenti, le metamorfosi, abbastanza lontani dalla consapevolezza da non turbare il mio saldo senso di me, abbastanza vicini da poterli evitare in tempo.
La malafede è questione di spina dorsale, di tono muscolare. E' il gioco dei mascheramenti che scorrono gli uni sugli altri.

A volte, stanco dell'ambiguità del corpo, mi metto a costruire diagrammi. definisco assi teorici, direttrici, asintoti, a partire dai quali misurare intensità crescenti e decrescenti, deviazioni. Provo a tracciare la curva della mia evoluzione, eccomi salire e scendere secondo il variare dell'attenzione, della compassione, della lucidità. Tengo la contabilità degli affetti, dei saperi, dei doveri.

Quando i conti non tornano, ricorro all'Altro. Mi installo in un certo punto, osservo il mio posto nel gioco incessante delle classi, delle razze, dei continenti, delle generazioni. Qual'è il mio posto? Me lo diranno le relazioni oppositive, le sintesi, le fascinazioni. La sovrapposizione di definizioni classificatorie.

Se mi perdo, lascio che sia l'azione a riassumermi. Nessun residuo, nessuna giustificazione: d'altro canto nulla esiste al di là del gesto semplice, nitido, che riassume forma, traiettoria, oggetto, e al tempo stesso traduce in intensità pura l'estensione dei corpi, della teoria, delle relazioni.
La strategia cade a spirale, precipitata nell'atto di coraggio. Soluzione romantica.

Eppure, infine, non sono che me stesso, non importa se come carne formata, traiettoria esistenziale, punto definito del campo sociale, atto puro. Le interpretazioni non sono che la forma ultima della fede, e cercando il mio somigliante non faccio che declinare il mio "credo".
E, sempre, incontro l'insoddisfazione: il mio desiderio segreto è quello di trovare, a un certo punto, che non mi somiglio, da tutti i lati.
Che la carne mobile di colpo si squagli, fluendo in ogni direzione
Che gli assi teorici, vittime di una torsione gravitazionale, si pieghino su se stessi, ed intorno ad una contraddizione che buca lo spazio, inaugurando un'altra dimensione.
Che  l'Altro smetta di offrirsi come sponda salda per i miei confronti e classificazioni: che io possa inghiottire le classi e i continenti, e a mia volta farmi inghiottire. Ripiegare il campo sociale su se stesso, dirottando le circolazioni di senso che ne confortano la stabilità.
Infine, che l'azione mi porti oltre. Che io non debba riconoscermi in essa, né misurarmi (gesto sportivo, atto eroico o romantico), ma scomparire, consumato, assorbito (karma yoga, nihilismo attivo).

Un'altra circolazione è possibile, al di là dello spostamento che mi rimanda da una strategia alla prossima, e infine all'esaurimento: quella che fa convergere le mie strategie dal lato del loro fallimento, non più reticolo dell' identità ma spazio smisurato dell'orbita vuota. Vertigine del potenziale inesauribile, dell'annientamento definitivo. (soluzione mistica)

Come in ogni epoca, l'eresia agisce radicalizzando le pretese della fede. Spalancando il limite, sperimentando attraversamenti su tutti i lati.
Eppure, come in ogni epoca, l'eresia appartiene alla stessa orbita dell'ortodossia: una questione di sfumature distingue il segno vuoto dal segno pieno, il se dall'ego, e non di rado l'andirivieni di una oscillazione porta senza sosta dall'uno all'altro.
Questi li chiami: sbalzi d'umore.

Per assomigliare a me stesso faccio sforzi insinceri, trovando il godimento nella frustrazione, e la frustrazione nel godimento. Il primo limite della verità è il limite ultimo del soggetto, e questa, che è la più ovvia delle regole epistemologiche, non compare ormai da nessuna parte se non in forma derisoria di eufemismo:
(presa di distanza, prospettiva metodologica, framework teorico)

Ogni ricerca è il diagramma di uno smarrimento. 
Ciò che si perde lungo la via è più importante di ciò che si troverà.
Rientrando nella caverna si viene masticati.

17/10/15

Rivoluzione


Ti sembro uno che scherza?
Io non so cos'è una metafora, non so cos'è un'allegoria. Non capisco l'ironia. Non ho senso dell'umorismo.
Io sono serio, dall'osso all'osso. Duro come la pietra e tutto d'un blocco.


Non mi piacete.
La superficie, come un taglio, si insinua nei vostri modi, nei gesti, negli sguardi fino nel profondo. Si capisce dalla sorriso smorfioso, dai tentativi di ilarità ostentata, che sotto si stende dell'orrore, una lugubre pozza.
Una vita senza sonno. Idee piccole o riciclate, espressione mediocre. Duecento like per coprire la paura.
Esserci subito o scomparire, e gli adattamenti tattici susseguenti:
Intensità che latita. Tutta superficie, tutti giochi di parole.
L'intensità impastata in ideologia densa come gli ammassi di alghe proliferanti velenose e plastica che soffocano il pacifico.
Da tutte le parti.
Con o senza i risvoltini.
Con o senza un'educazione classica.
Con o senza una "coscienza politica".
Vivere per scontato.


Con un occhio spalancato e l'altro pesto vi guardo passare da tempo e provo a tenere la mente lucida fra le correnti di compassione e dispetto.
Non siete voi il mio nemico.
Sarebbe troppo facile, rassicurante, prendervi di mira, disegnare una simmetria, fra voi e me, che faccia la paura solo vostra, la ragionevole indignazione solo mia.
Persino dentro la divisa, anche voi siete esseri vivi, futuri buddha, destinati ad uscire un giorno dalla ruota delle rinascite. Oppure no, sticazzi delle mitologie importate come di quelle nostre. Anche voi siete esseri umani, scimmie febbrili come lo sono io, esseri transeunti, capaci di trasformazioni multiple, di miracoli e rinascite.

Anche se sarebbe così facile, così immediato e riposante, dichiararvi guerra, la consapevolezza mi trattiene.
Consapevolezza del fatto che il sistema di domesticazione del simbolico digerisce alla stessa maniera l'enfasi e il disgusto, la rabbia e l'accettazione. Nel bene e nel male, secondo un vecchio slogan, basta che se ne parli, e l'unica differenza è quella fra un passo avanti ed uno indietro, nel balletto incessante della società dello spettacolo.
A che pro tentare di distinguersi, ferire? Disgustare? 
Non sarebbe ormai che replicare il movimento con il quale tentate di distinguervi gli uni dagli altri (in versioni più raffinate, c'è anche chi tenta di distinguersi smettendo di tentare di distinguersi. Minimali. Normcore.)
La rincorsa all'originalità si è consumata, non ne rimane che l'eco sgraziato, nello spazio senza direzioni. Le avanguardie si disperdono a raggiera, e nessuna si preoccupa più di segnare la via, di preparare un destino: la maggior parte si perderà nel terreno desertico, lontano dalle linee di rifornimento, o verrà ben presto accerchiata dalle sapienti manovre del nemico.


Così mi mordo la lingua e ve le lascio passare tutte.
Mi mordo la lingua, ficco le mani in tasca, a fondo, e mi ripeto che alla fine le vedremo tutte. Che un giorno verrà la resa dei conti, e l'ironia degagé, il tempo speso davanti ad uno schermo, avranno un costo più che reale.
Quando sono sentimentale, mi consolo e vi perdono, pensando alla vita di merda che fate. Che dovete necessariamente fare, presi come siete nell'esercizio frustrante della costruzione di voi stessi a favore di camera. Altre volte la cosa non mi pacifica, e anzi finisco per sentirmi in colpa, ricaduto nella trappola dei rancori, delle fantasticherie di vendetta.

Niente di ciò basta.
Eccovi: riempite il mondo.
La mia generazione: una manica di stronzi postideologici, menefreghisti, egoassorbiti sulla superficie di un pianeta in esaurimento.
Sia detto senza offesa.
Copie-carbone dei padri peggiori.
Sempre più rimossi dalla realtà.
Sia detto con affetto.

A stare calmi sempre, l'odio forma un grumo appena sotto il plesso solare.
Hai un bel cercare di sfogarti. Hai un bel cercare di mettere tutto in prospettiva.
Tanto varrebbe ritornare ad una delle più copiate invenzioni del made in italy.

Questa non la spiego. Chi la sa, la sa. Gli altri non li spaventiamo.

E poi, come sempre l'idea si presenta da se. Semplice, lineare. Nettissima. Per giunta, niente di nuovo.

Occorre fare la rivoluzione.

"Ma come - direte - ancora con la rivoluzione? Ancora con la materia, con i mezzi e i rapporti di produzione? Non sai che è una prospettiva utopica?"
Così rispondete, in genere.
Dal netturbino al punkabbestia, dal giovane borghese al cineasta, dall'affettato filosofo al militante politico, eccovi di nuovo uniti, contro questa che è la più semplice, la più ovvia delle trovate.
Si, amici.
Si, signori e signore.
Si, compagn*.
Occorre fare la rivoluzione.



Quanto alle vostre obiezioni, residui marci di quella che, nonostante lo sia, non vi va più di chiamare ideologia, la cosa è presto detta.
La rivoluzione non è un evento desiderabile.
Non è un progetto credibile.
Non è una possibilità realizzabile.
Non è un sogno.

La rivoluzione è un'esigenza radicale

Guardati intorno: la forma-rivoluzione ossessiona ogni evento, ogni struttura della realtà che abiti.
Il suo schema funge da centro ordinatore di ogni movimento sulla superficie degli eventi. 
Dallo scandalismo giornalistico alla moda, dalla musica rock alla retorica politica.
Rivoluzione tecnica.
Rivoluzione musicale.
Rivoluzione estetica.
Rivoluzione stagionale dei costumi, ossessiva, ripetuta.
Le ore che passi dietro uno schermo non servono a questo, a stare dietro alle "tendenze", sequenze rapide di trasformazioni (presunte) radicali, benché separate, neutralizzate. In fondo, non è questo che si inscrive nell'ambizione di ciascuno? Rivoluzionare il proprio campo. E' grande, è un genio colui che cambia le regole, che si fa valere, che stravolge.
Il sistema non è altro che un complesso montaggio che gioca l'evento contro l'evento, che neutralizza la portata trasformativa schiacciandola su un piano singolo, capitalizzandola in una carriera privata. La rivoluzione è l'intensità inappropriabile di una trasformazione singolare, concreta. L'evento in forma pura. La rivoluzione è quello che cercate ogni minuto di ogni giorno, dai risvoltini al veganesimo, e il fatto che non lo sappiate è alla base della costante frustrazione vostra e mia. La rivoluzione è la vostra ossessione segreta, che ogni giorno vi sveglia e vi sfianca, che ogni giorno tradite.
Ed è per questo che giocare al gioco della "comunicazione", fare il surf sulle onde del desiderio rivoluzionario, è giocare col fuoco.

Questo schema è insieme accurato e paradossale. Può esserlo dal momento che l'arte, da tempo, cerca di produrre sotto il segno e nella cornice dell'individuo ciò che può esistere solo collettivamente. In termini soggettivi, quindi, se ne può dare descrizione appropriata solo attraverso un paradosso.

Ecco messa a nudo la radice della mia frustrazione.
Sarebbe facile, dichiararvi già morti, privi di ogni energia, burattini di legno o statue di pietra, zombies. Cosa potrei mai rimproverarvi?
Invece da ogni parte siete vivi e sani e belli. Eleganti, e pieni di perfezione, pieni di intelligenza ed intensità.
Sarebbe facile dichiarare che vi "ingannano", che dovreste "svegliarvi", "prendere coscienza" della realtà. E invece no.
E' in piena coscienza, e nel vostro pieno diritto che continuate a svendervi, a fottervi, a prostituirvi per un piatto di ceci. L'uno contro l'altro, e bastano le quinte di un talent, la cornice blu di una permanente sfilata, a torcere ogni vosta energia ruggente nel guaito di un animale domestico, seducente.
E vi deprimete per stronzate. E vi incazzate per stronzate.
E tutto è sempre normale, tutto è sempre già visto: perché il cinismo è fico, come la risposta depressiva, l'ebefrenia della scoreggia, l'ossessione compulsiva che passa per intelligenza. Invece è ridicolo lo schizofrenico, e l'unico role model che non passa nelle centinaia di ore di serie televisive che guardate è quello di un rivoluzionario serio, razionale, sereno, contento e benevolo.

Non che non ci vadano vicino, in fondo. E più ci si avvicinano più fanno colpo. Tuttavia alla fine, che disdetta, quello "reale" dei due è sempre il debole, sempre la merda. E il vero rivoluzionario nient'altro che il pezzo staccato di una personalità psicotica.

Ma io queste cose come ve le dico? Come ve lo dico che ogni vostra qualità mi fa incazzare per come la sprecate? Come ve lo dico che tirate a campare quando dovreste mirare all'eterno, o quantomeno a un briciolo di reale felicità? Come ve lo dico senza sembrare un prete o un rosicone?
Eppure come non provarci? Meglio fallire, mi dico, che soffocare.
E quindi ripetiamo:

La rivoluzione non è un'idea.
La rivoluzione è l'unica cosa che può rendere reale la tua finta vita.
Però non basta prenderne coscienza, dobbiamo farla.
Passo dopo passo, pensiero dopo pensiero, osso dopo osso.
Ti voglio bene.

Difaul.

15/10/15

Più pensi, meno capisci

Più pensi e meno capisci.
Come quando ripeti una stessa parola centinaia di volte, e alla fine si arrotola su se stessa, polverizzata, flusso di suoni ininterrotto senza senso.

Eppure non è forse questo il meccanismo fondamentale del mantra, del rosario, del namasmarana? Il nome ripetuto. La cancellazione di senso, la riduzione a puro effetto. (E' essenziale che il nome sia sacro? O non diventa sacro dopo l'ennesima invocazione?)
Non è forse questo un nome? Un effetto dispiegato sul campo dei nomi propri, realtà reale che precede/eccede la rappresentazione?

Più pensi, meno capisci.
E allora, a che serve il pensiero? A crivellare i pensieri, che sono la sostanza del vivere.
E' un uso singolare quello che oppone il singolare al plurale per giocarli l'uno contro l'altro. Come l'idea che si gioca contro le idee singole, o La Filosofia che si sbrindella in filosofie plurali.
Non è mai un passo neutro, quello dal singolare al plurale.

Ma a che serve il pensiero? A farci più masticabili a noi stessi? E come finisce? Con una stretta di spalle, con un grido di giubilo (in ogni caso, l'espressione può essere sintetizzata in un "allora è così", o puttosto "era questo dunque..."). O non è invece uno sforzo produttivo? L'azione! grida qualcuno. Non se ne può fare a meno. Bisognerà essere "concreti". E' necessario.

E a cosa servirà l'azione? A crivellare la materia, a separarla, a polverizzarla fino a che i nomi a loro volta polverizzati possano raccoglierla, aderirvi, e riformare nel montaggio del desiderio sparso e delle forme indistinguibili una eco del pleroma originario? La cosa ha l'aria di un pio sogno.
Oppure servirà appunto l'azione a non dover pensare? Un colpo di spada, ed ecco il nodo in terra, in pezzi.

Nell'insicurezza, bisogna ricorrere alla rozzezza delle generalizzazioni, (Non potremmo nemmeno parlare senza evocare il fastidio di interlocutori. Non si può pensare en plein air, e anche l'interlocutore più cedevole, socratico, dichiaratamente pretestuoso diventa, se appena si è un po' più onesti, la sede di un contraltare inquisitorio.)

Insomma, cosa vuole questo pensiero? Abbiamo il coraggio di dichiarare almeno questo: che esso più che servire vuole da noi qualcosa, lo pretende? La chiamata, la vocazione, non ha nulla del soave e seducente canto angelico. E' la lagna del bimbo che pretende ripetendo con la pazienza più ossessiva, con l'urgenza più radicale, l'incomprensibile.

Si può forse addormentarlo, ripetendo all'infinito una stessa parola, o una serie ritmica di parole. Si può forse farlo tacere, raccontandogli una storia.

E' tutto? Basterà questo? La ripetizione incessante? Non c'è dunque alcuna verità nuova da enunciare? Nuovi orizzonti? Nuove crisi? Nulla su cui accapigliarsi?
No.
Non fa parte del nostro gioco, la polemica. E' solo una moda, e assai tarda, per giustificare l'editoria.

Va detto che il nostro è un gioco antico, e che è un gioco da codardi. In un mondo in pezzi, si tratta di giocare un gioco di collaborazione infinita. Ci si può trovare al tavolo con chiunque. La scelta "di parte", l'"onestà intellettuale", la "coerenza" si paga, in termini filosofici. E' un limite, un peso.
Ma nel gioco che giochiamo, vincere è considerato assai rozzo.

Pensare fino in fondo che cosa, se non la realtà? E come pensare la realtà fino in fondo, senza portarsela addosso, pensando?

Più pensi e meno capisci. Lascia indietro i concetti di guadagno e costo, quelli di vittoria e sconfitta, in un primo momento. Potrai riprenerli più tardi, quando avrai capito come tenerli da entrambi i lati, in un conteggio senza unità di misura, in una contesa senza contendenti.

Le tentazioni sono innumerevoli, metafore seducenti: la battaglia, il mercato, l'opera d'arte, l'architettura, la genealogia.
Non si può rifiutarne nessuna. L'unico peccato, nella singolare etica che determina la regola del pensiero, e cedere ad una soltanto, prendendola troppo sul serio.
Come precauzione preliminare, sarebbe ancora meglio mischiarle: pensiero come contrabbando, come artificio incestuoso, come critica artistica, come sabotaggio strutturale.

Più pensi e meno capisci. C'è un godimento singolare in questo. Uno sfondamento. Il pensiero è una forma di disattivazione del corpo: per quale motivo? Non solo per la banale immobilità dello studio, o il manieristico abbandono della posa pensosa, ma per una certa attitudine.

E' necessario procedere, in un punto cruciale, a corpo morto. Farsi terreno, e non passeggiatore. Atmosfera, piuttosto che volatore. Attendere passivamente che un daimon di passaggio sferri il colpo.
Ci sarà tempo, poi, per definire una critica traumatica o una idraulica degli spruzzi di sangue, una distinzione capillare dell'ematoma o una stratificazione epidermica interessata.

L'essenziale, si fa di colpo, o meglio è fatto di colpo.
Il bimbo che urla, una volta grande, ricorderà forse il frammento di una storia. Si può dire che è quello lo scopo?

Manco per il cazzo.
Piangendo non mi faceva dormire.