Una volta, tanto tempo fa, scrivevo un blog.
All'epoca scrivevo ciò che mi passava per la testa, e per la mia testa di studente di filosofia teoretica militante spinozista, marxista, zen, appassionato di estetica punk, hardcore, cyberpunk, zen, capoeira (e dunque santeria) passavano tante cose.
Sovraesposto fin da piccolo alla più raffinata letteratura concettuale, spesso intercettata a tonnellate nei canoni minori, con la spregiudicatezza di una brillantezza giovanile vorace, arrogante e labirintica e l'angoscia di una sovrapproduzione di dispositivi egoici.
Come si evince da ciò che scrivevo, mi importava soprattutto quello che soprattutto importa a chi è giovane e si affaccia alla vita come a una battaglia: trovare modo di infliggere danno.
Con l'occhio vigile a un presente che è il passato di ora.
Non sto a spiegare come e perché la mia generazione abbia compiuto il suo ciclo, e neppure dove sia finito quel ragazzo. Lo chiamavo "Legba" perché si chiamava così. Aveva anche altri nomi, che porto ancora, ma davvero ho pensato di averlo ucciso per parecchio tempo, e tradito definitivamente.
Legba, come guardiano di sentieri e di crocicchi, come patrono di chi viaggia, di chi si perde, come apritore di porte, assomiglia per un lato a Giano e l'altro a Hermes, per me era il segno di un intrecciarsi di linee, il labirinto e l'universo che è il suo contrario. Quello pensavo essere il mio contributo alla danza della realtà, al suo snocciolarsi sempre differente e identico, nell'essere dell'essere dell'essere.
Dentro e fuori mi sono rivoltato, obbedendo alla mia natura, contro me stesso, e il dentro contro il fuori, e il fuori come il dentro. A lungo ho incrociato flussi intensi di teoria e affetto, di lutto entusiasmo e ribellione e gioia, costeggiando le linee di limite e di frattura, ma rispetto al grande gioco delle idee non ho mai rinunciato a cercare il punto-limite, il paradosso, il modo in cui un linguaggio si rovescia in un altro.
Qualcuno degli esperimenti giovanili contenuti in questo blog esplora questa direzione di ricerca.
Da quando ho scritto l'ultimo post su questo blog sono passati sei anni. Chissà se Legba vive ancora da qualche parte dentro il mio petto. Chissà se dorme.
Mentre dormiva ho scritto una tesi di dottorato sulla metafora, ho sviluppato una certa depressione, ho superato un concorso pubblico, ho insegnato a qualche centinaio di ragazzine e ragazzini liceali filosofia e storia.
Ho anche fatto un sacco di sogni strani.
Nel frattempo, internet è diventato uno strano posto nuovo, dove i blog sono pachidermi spodestati da baleniere iperveloci. Siamo perfettamente coscienti da queste parti dell'esperienza ipnoidiotica del doomscrolling. Il Cyberpunk aveva anticipato di decenni l'hacking dell'essere umano come orizzonte della comunicazione, e il paradigma comunicazione-come-coding è dominante.
Probabilmente da qualche parte nel tuo cervello tu che leggi questo ti stai chiedendo cosa voglio farti fare. Tutti vogliono farti fare qualcosa. Comprare, cliccare, aderire, sventolare, stare zitto, alzare la voce, essere onesto, mentire. Ogni messaggio è una richiesta.
Inutile dire che Crepe è invecchiato nell'ombra che gli era appropriata, il luogo dell'analisi e degli attraversamenti.
Più pragmaticamente, avrei intenzione di usare dunque questo spazio per costruire qualcosa. La questione-guida di questa nuova stagione di crepe non riguarderà quali fratture esistono nel sistema tardo-capitalistico: esse sono voragini, visibili ad occhio nudo senza dover cercare questo angolo di internet. Piuttosto, ciò che cresce attraverso la crepa, ciò che la attraversa.
Se interessa a qualcuno, meglio.


