23/09/15

Saha

"Com'è la mente di questo vecchio monaco?


Una brezza leggera nel vasto spazio."




Con il tempo e l'esercizio, le cose non si fanno più semplici.
Vorrei scrivere in una dimensione, scrivere in linea retta e non dovermi preoccupare dello spazio, del punto. 

Scrivere come Spinoza: il due che segue l'uno, e poi il tre.

Vorrei scrivere in linea retta dal momento che è il genere di scrittura supremo, il più difficile.

Osservo i saggi, trasformati dalle stratificazioni della memoria in statue di pietra, e cerco di indovinare i movimenti segreti, profondi come abissi oceanici, inarrestabili.
Movimenti senza residui, movimenti semplici, rispetto ai quali non si da tempo né ostacolo. intensità senza unità di misura.

Scrivere senza corpo, o nonostante il corpo? Scrivere senza parlare, senza pensare.
Agire senza intenzione, senza guadagno.


Lo scardinamento concettuale, la decostruzione, sono esercizi ingannevoli se riempiono l'intelletto di pallido orgoglio. Non esiste leva senza perno, nè pensiero senza posizione.

L'esercizio del pensiero dispiega lo spettro delle possibilità umane fra il reale, che è il problema, e il concetto, che è il reale.
Quello che si fa in mezzo è filosofia, e non c'è altra definizione di filosofia che non sia "quello che si fa in mezzo".


Lascia che i pensieri fluiscano dalla testa, che si perdano nello spazio. Infinite sono le lezioni, unica è la verità. I saggi parlano per paradossi. L'umanità procede oceanica verso l'inevitabile illuminazione, ticchettando nel gruire spasmodico dell'accelerazione.

Nessuna paura. Il male è illusorio. 
Il dolore quadruplice è l'unica via verso il vuoto reale.



Buonanotte, compagno Rubasciov. Pensa dritto. Muori bene.

03/08/15

Phase 2

Bentornati, amici, su Crepe, un blog come tanti nell'era della Moltiplicazione Spasmodica.
Dall'ultima volta è passato più di un mese, e non si può dire che il sottoscritto non sia maturato, almeno un po'.
Esito di questa maturazione è la deliberazione sconsiderata di consegnare al mondo - che a dire la verità poco se ne cura - una seconda fase di "Crepe". Dando per acquisito il poco che si è acquisito, e per perso ciò che è perso. Procedendo spediti, ma con cautela, e provando insomma ad essere più spinozisti possibile.
Nel periodo di silenzio di questo blog alcune cose sono cambiate, altre sono restate essenzialmente uguali. La terra ha continuato a precipitare nello spazio alla velocità di 3600000 chilometri orari, la società industriale avanzata ha piantato più a fondo le sue luride unghiette nel subconscio collettivo, enormi passi in avanti sono stati fatti nella costruzione di robot killer e praticamente nessuno per rendere l'esistenza umana sostenibile sul lungo periodo.
L'aria è irrespirabile. L'acqua è velenosa. Il mio stile di vita e il tuo uccidono ogni giorno, molto molto lontano da qui. Composti e compassati, ciononostante, non dobbiamo "arrenderci al panico".
(Abitatori di una psiche descritta solo nei termini di un conflitto irrisolvibile, veniamo costantemente istruiti in termini strategici su come gestire noi stessi. Liberi di pensare ciò che vogliamo, siamo invitati ad esercitare uno stretto controllo su ciò che proviamo.)
La disciplina dell'azione è superata (fare cosa, poi?), ciò che conta è l'entusiasmo, la passione, l'eccitazione febbrile ed euforica. La motivazione inconcussa, cieca, sragionante.
Una duplice tentazione ci stringe: da un lato la fuga, il rifugio nascosto ed inaccessibile di una calma uterina, nella quale recuperare una sicurezza fetale. Dall'altro l'esplosione, l'energia di una rabbia cieca e non più ignorabile, che possa darci infine una identità non-colonizzabile, che possa finalmente "fargliela vedere". Oscilliamo fra il desiderio di una visibilità estrema e quello di un'estrema invisibilità.
Tutti i nostri eroi portano maschere. Coloratissime.
Eppure, anche questa è una trappola: essere visti, rimanere invisibili, colti nell'equivoco per il quale la pupilla è penetrante e a sua volta penetrata da un'immagine.
I lettori di questo blog dovrebbero essere familiari, a questo punto, con l'idea di "doppio vincolo". No?
La rottura creatrice, il momento in cui la contraddizione si rivela infine nella sua ovvietà e insieme trova risoluzione, il momento in cui nascondersi non è più necessario (e ciò che covava sotto la cenere si svela), e la violenza compie il suo ultimo destino, rendendosi infine inutile, prende il nome di: rivoluzione.
Non possiamo ignorare, tuttavia, che rivoluzione è al tempo stesso lo spettacolo supremo, e lo spettacolo a sua volta merce al più alto grado di accumulazione. Dunque, con una originale capriola, alla fine l'economia di mercato si ritorce nel potlach: la distruzione di ricchezza come apoteosi di ricchezza.
(Vedi che succede, a dare supercomputer alle scimmie?)
D'altro canto, una nuova contraddizione si apre: lo spettacolo va replicato ogni giorno, e la rivoluzione dev'essere dunque permanente. La promessa seducente dell'evento assoluto - che non si replica - e la necessità tecnica di infinite repliche. Questo è il miracolo impossibile della contemporaneità, il centro mistico che non si lascia conciliare da nessun realismo, e che impedisce ogni forma di "ultima parola". La regola che spiazza ogni discorso "pubblico", obbligando costantemente a qualche forma di gestione dello scarto.
Alla promessa mai esaudita di rivoluzione, alla messa in scena costante di rivoluzioni fasulle, che ciononostante confondono le acque e intorbidano gli intenti, fino a ridurci al disgusto verso ogni e qualunque forma di resistenza organizzata - incapaci ormai di distinguere il vero dal falso. Nient'altro che un effetto collaterale, e tuttavia utilissimo.

Ciò che abbiamo cercato di dire fin dall'inizio, lavorando la nostra metafora fessurale, è l'ambiguità che consente al sistema di esistere attraverso le sue contraddizioni, riassorbirle e mobilitarle.
Laddove il saggio e l'idiota annusano l'assurdo, il folle vede un'opportunità: il nucleo di assurdità può essere a sua volta investito, funzionalizzato, assunto e propagato. Trasformato nel centro pulsante di una meravigliosa macchina simbolica.
I dispositivi dell'ironia, dell'iperbole, del rovesciamento comico, della parodia dominano la scena. Non c'è diritto al quale non si possa fare "il verso".


Tornando sul piano dell'esistenza individuale, dobbiamo infine chiedere: cosa ci resta? Quale ordine simbolico ci permetterà di riconoscerci come esseri umani? In breve: quale ruolo potremo abitare? La domanda è posta dalle cose stesse, è la pressione di una crisi d'identità generalizzata che echeggia dalle più alte sfere della cultura (di recente Aut Aut dedica un numero all'intellettuale di se stesso, sviluppando la questione a partire dalla tentazione del ripiegamento) alla cantina.
Il suggerimento mainstream, per noi giovani urbanizzati, alfabetizzati rispetto alla frenetica sarabanda dello spettacolo, è chiaro. La complessità dell'apparato industrial-spettacolare richiede competenze di consumo sempre più avanzate. Un certo fiuto, una certa abilità, l'unica che sembra avere ancora un valore pratico.
Giovanissimi videogiocatori diventano star. Giovani stilosi diventano fashion blogger. Da un angolo all'altro della semiosfera, l'ambizione generalizzata è mettere a frutto la nostra abilità di consumatori. D'altronde, è il consumo che fa il valore, ormai separato per sempre dall'oggetto. Sarà dunque il consumo la VERA forma della produzione! Nessun bisogno di costringersi nelle virtù borghesi e cattoliche dell'abnegazione, della parsimonia, del sacrificio. La via californiana al capitalismo insegna che col medesimo gesto si può (e si deve!) essere consumatori e produttori, osservatori ed osservati. Influencers. Opinion leaders.
In una parola: hipsters.


Che non ci sia da fare che questo? Riconoscersi artificiali fino nel midollo, e contribuire spassionatamente alla produzione-di-se? O, il che è lo stesso, riconoscersi nell'assenza assoluta di un progetto, fallimentari fin nel midollo, giustificati solo dall'abilità nell'abitare le proliferazioni e le contaminazioni di strutture di senso in continua rivoluzione?
Ecco: la nostra soluzione potrebbe prendere una forma intermedia, più-che-umana, meno-che-umana, nella riorganizzazione costante dello spazio simbolico.
Indagare senza condanne preconcette questo fondo informe che sempre l'umano è stato ed è, consapevoli che le ansie millenariste non aggiungeranno nè toglieranno nulla alla forma masticatoria, masturbatoria, mistificata di felicità meccanica che è la cifra del millennio che viene.
Per finire, come nella migliore tradizione, una dichiarazione di intenti. Intendiamo, d'ora in poi

1)Delimitare i bordi della trappola, la profondità della crepa.
2)Parlare del più e del meno.
3)Superare la paura, la fatica, lo schifo,

o almeno provare.

22/06/15

Post muto




 Avant-garde è rompersi le ossa contro il limite logico, oppure titillarne le frange estreme in complessi origami di vuotezza?









Boom

15/06/15

confessione

C'è una cosa che vorrei dire, forse un po' troppo sincera, ma tant'è. Se fosse il 1500 me ne andrei in piazza ad urlarla, o nel posto di una qualche azione collettiva, ritualizzata, di quelle che facevano la vita di una città (il mercato? La fonte, con le lavandaie intorno? La casa del popolo? La chiesa?) - ora, come si sa, le città tendono ad essere animali morti, purulenti, corpi cavernosi invasi di larve che sciamano in modo parassitario da dentro a fuori, da fuori a dentro. Giungla, Campo di battaglia. Impermeabile al senso.
Non mi resta dunque che scriverla qui. Compensazione povera e miserella: gettare in un crepaccio ciò che si vorrebbe esporre allo sguardo di tutti. Nascondere ciò che si ha da mostrare: la sostanza dell'ipocrisia e dell'esoterismo, da cui non può venire che male.

Egoismo: sottrarsi allo scandalo che si porta dentro, istituendo una distanza fra il pubblico e il privato, rivendicando (?!) il diritto a pensare ciò che si vuole, e a scriverlo, come se il pensare e lo scrivere fossero affari individuali, azioni che invece di dispiegare un campo di interazione lo chiudono, un guscio di concetti sull'ego, neutralizzazione masturbatoria. La pratica del pensare ciò che si vuole è pericolosa e mortifera: io penso solo e sempre ciò che devo. E quando fallisco nel fare ciò - e fallisco spesso - penso e dico ciò che non posso non dire. Non mi prendo mai la responsabilità (?!) delle mie azioni, dal momento che esse stesso sono sempre risposta, e al tempo stesso interlocuzione. L'atomizzazione della rete di rimandi che ne fa la sostanza è di per se un crimine, e solo un crimine fa il criminale, e dunque l'uomo.

Ed ecco che forse siamo più vicini a quella cosa che vorrei dire, che vorrei dire forte, come se ancora ci fosse una comunità ad ascoltarmi, il senso di esseri umani raccolti sotto un destino comune, e non la polvere di esistenze individuali tenute insieme da vaga simpatia, calcolo di interesse...
vale la pena, essere sinceri? Forse, ancora vale la pena.
In guardia, tuttavia, contro il pericolo di pensarlo come concetto primitivo, questo della sincerità. Come se vi fosse un centro lucido dell'individuo, dal quale il pensiero, la parola sgorga verso l'esterno senza disturbi nè interruzioni. Come se si potesse essere "fedeli a se stessi".
Una persona è piuttosto un fascio di desideri proiettati sulla sfera ineffabile della virtualità. Una potenza da realizzare. Eccolo, l'unico dovere, l'unica regola.

E quello che io ho da dire è: ho fallito.
Devo dirlo, devo dirlo forte e ad alta voce, perché solo il fallimento insegna, e solo attraverso esso posso dire: io so. Mentre da ogni parte il mondo è rovesciato, ed è colui che non ha fallito ad avere voce, io devo dire di me stesso: ho fallito.
Potevo fare e non ho fatto. Potevo essere e non sono.
In guardia! Non chiederti di chi è la colpa, non chiedermelo. La colpa può essere calcolata (né si darebbe il concetto, senza la possibilità di un calcolo) ma il calcolo non risponde ad alcuna esigenza vera: ti solleva solo dal pensiero che anche tu potresti fallire. Ti assolve dalla natura collettiva, complessiva, organica, sistemica del fallimento.

Il mio fallimento si chiama: potere, società, ordine. Ogni individuo deve fallire costantemente, se si vuole che una società giri in modo ordinato. Più siamo, più dobbiamo fallire. E' essenziale. L'energia risultante dei nostri tentativi frenetici è ciò che tiene in ordine e in movimento la realtà che abitiamo.
Ma questo, di certo, non ti interessa. A me per primo non interessa (più). (Di chi è la colpa?)

Essenziale è ritrovarci, al di quà del nostro fallimento, e guardandoci negli occhi decidere cosa fare della polvere di aspirazioni infantili che abbiamo grattugiato contro la superficie scabra della realtà.

09/06/15

Manifesto

Ho sempre voluto scrivere un manifesto. Alcuni dei testi più belli che io abbia mai letto sono manifesti: I manifesti del surrealismo, il manifesto del Partito Comunista, Il metamanifesto dada, che mi ha insegnato come si scrivono i manifesti:

Per lanciare un manifesto occorre:
A, B, C.
Irritarsi e affilare le ali per conquistare e diffondere tante piccole e grandi a, b, c, e firmare, gridare, bestemmiare, accomdare la prosa in forma d'ovvietà assoluta, irrefutabile, provare il proprio nonplusultra e sostenere che la novità rassomiglia alla vita come l'ultima apparizione di unacocotte prova l'esistenza di Dio. [...] Imporre il proprio A, B, C, è una cosa naturale, e perciò deplorevole

Andando di buon passo nel nostro su e giù sul dritto e rovescio del pensiero diremo che questa frase mi ha preso per la colonna vertebrale e mi ha scosso, mi ha scosso vigorosamente, mi ha scosso da cima a fondo. Ripeto: Naturale, e perciò deplorevole.

Intellettuali, artisti e hippies: smettete subito di cercare il contatto con la vostra natura. Il contatto con la natura è scivoloso, immorale, deplorevole. E' proprio dal lato della natura che siamo manipolati (vale a dire: l'idea di naturalità funziona come alibi per qualunque porcata. L'uomo è naturalmente portato a cercare la soddisfazione. L'uomo è naturalmente egoista.)
La vera arte, l'arte della paura e del desiderio, è l'arte dell'affinamento di se che fa il paio con l'essere artificiali.
Le maschere smascherano, solo ciò che farai di te stesso ti rivela. (A chi poi? Questo non è importante. Oppure lo è troppo, per questa faccenda meschina delle parole.)
Liberarsi delle proprie responsabilità è soccombere, dal momento che solo la responsabilità e il dolore ti appartengono veramente. Non il corpo: la ferita. Non la forza, lo sforzo, e il cedimento più di tutto. Eccetera.



Per lanciare un manifesto occorre: A, B, C.
Il potere travestito da natura gioca a nascondersi, rinuncia alle parole d'ordine per un ordine numerico senza parole. Si accontenta di segna-posto, di parole vuole e teste vuote. Sogna un insieme di membrane capaci di contenere e smistare corpi docili.

Qual'è il senso di un discorso che contenga delle ragioni, che proietti un ideale rapporto definito fra un Io e un Voi e un Loro? Quale verità materiale ancora resiste alla natura schiumosa dei nostri rapporti? (Io, una bolla, e tu, una bolla, e sorridimi senza venirmi troppo vicino, che ogni prossimità trascolora presto nel disgusto)
Non pretendo di farlo bene, e nemmeno di farmi capire, ma al di là dell'ipocrisia (alla quale pure occorre cedere, vivendo come si vive su una crepa, ben seduti sulla verità della quale non tolleriamo la visione) quale forma di linguaggio può ancora sollevarci dalla misera? O non sarà il silenzio? E quale offesa è più adatta a penetrare la coscienza estetica dilatata di una generazione che non crede più all'esistenza degli esseri umani?
Io e Te e Loro, o meglio il premio, la prova e il trucco. Io che devo inventare Loro per convincere Te, per essere finalmente Io (un piccolo cumulo caldo di affetto narcisistico). Altrimenti?

Il manifesto che intendo non ha un inizio ed una fine. E' il verso di un animale mitico, un ululato ininterrotto, un ruggito antiumano, la dissociazione completa del vero e del falso e di ogni idea singola. Come è ovvio, non sarei in grado di scriverlo. E' innaturale, è mostruoso, più che ogni altra cosa.



Con questa mia (lettera? Enunciazione? Lamentazione? Flusso libero? Serie di note sparse?) occupo il luogo inoccupabile di chi parla all'orizzonte vuoto, e dunque mi rendo ridicolo: le mie parole non riguardano nessuno. Dunque, probabilmente, esse sono vere. Vere nel senso in cui è vero ciò che non parla più di niente: il significante che attirerà il suo proprio significato, come un indovinello, o un koan, o un gioco iniziatico. Senza meriti né ragione, una litania da salmodiare con voce uguale sillaba dopo sillaba fino a far venire il sonno.

Non prendere sul serio la realtà. Non ti sembra buffo, tutto questo? Rimanere vivi è di per se da morire dal ridere, e ad aggirarsi per le strade c'è da rimanere esterrefatti dall'estensione dei meccanismi adattivi, di quanto siano elastici i limiti dell'autoinganno.
Non intendo: ridiamoci su. Riderci su è da stronzi cinici che si possono permettere la distanza comica dalla tragedia, o almeno si sforzano di crederlo (il che è lo stesso). Intendo: diventare matti folli schizzati alieni assolutamente estranei.

Ma no, no.
Rientriamo nei ranghi.
Ci sono pensieri buoni e rigorosi da pensare,
Storie affascinanti da raccontare.
Non si è mai soli come si pensa di essere
Né capaci di tutta la crudeltà
che ci si sente nelle budella
Eppure la realtà prude, tutta insieme, come una enorme macchia di scabbia
Ed è così che sai la differenza
Fra quella e il sogno.

24/05/15

A denti stretti

A dire la verità, sono un po' stanco di parlare di crepe, fessure, linee di frattura.
Mi sono spiegato la cosa - e l'ho spiegata anche a voi, in un post che è rimasto su questo blog un'ora sola - con il fatto che l'idea di aprire crepe, di scappare, andare fuori, è illusoria.
Poi mi sono riletto, ci ho riflettuto, ed ho cancellato ciò che avevo scritto.



Come sempre, la questione infatti non è sentirsi in trappola o liberi, impotenti od onnipotenti. Questa cosa del "Sistema" è di per sé infantile, e come la fantasia di Dio coagula una certa categoria magmatica (protezione, dominio, paura, violenza) in un oggetto mistico.
Il nemico.



Poi, nella realtà, quella fantasia non funziona.
E un po' quello il problema con le fantasie: non funzionano.
Condannarle per quello sarebbe tuttavia assurdo: perché una fantasia è il modo in cui funzioniamo noi. (O anche il modo in cui ci fanno funzionare)


Sono un po' stanco di Crepe. Perché cercare crepe è cercare di fregare un nemico che, abbiamo già deciso, è composto di tutto il resto salvo noi. E con un passaggio di mano spostarci, mentre nessuno guarda, dalla parte della soluzione. Fare la vittima, e di conseguenza fare vittime.



Penso che sia tempo di spostarsi verso future forme di emancipazione. Non ti fare fregare dalle metafore: parliamo di libero-di, non di libero-da.
Di giocare ad altri giochi, dal momento che un individuo è sempre il punto di intersezione di giochi molteplici.
Non è questione di rompere una continuità, ma di mettere in ordine i pezzi.
E' terapia del linguaggio e del pensiero, senza una sanità in vista.
Addestramento all'imprevedibile.


In pratica: il collante di qualunque cosa si chiami "sistema" è materia umana. Dunque è necessario: disimparare a seguire regole, imparare ad eseguire in tempi brevi trasformazioni emotive ed intellettuali complesse, compiere esercizi di umiliazione ed esaltazione.


E, cosa ancora più importante, compiere tutto questo in modo del tutto deliberato, e senza alcuno scopo. Nel momento in cui un calcolo strategico occupa la tua mente, hai perso.
(Nel Go si chiama Sente, avere l'iniziativa. Si tratta di sostituire la domanda fondamentale "tu cosa vuoi dalla vita" con la domanda "su quale piano intendi impiegare le tue energie, correre dei rischi, produrre i tuoi risultati")


Caro amico, cara amica, vorrei considerarti qualcosa di più di un blocco da rompere, anche se so che ad un certo punto dovrai cercare di superarti, e forse finirai per romperti da solo.
La cosa è affar tuo, e riguarda solo la tua realizzazione. Per parte mia faccio i miei migliori auguri ad ogni pezzetto di te che uscirà dal processo

(Non dimenticare che alcuni esseri umani ragionano in termini di potere: ottenere potere, accrescere potere, sottrarsi al potere. Non dimenticare che il potere non è una nozione sostanziale indipendente, ma dipende da scelte. Se ti concentri sulle tue scelte, e sull'inserirle in una matrice originale, scoprirai che il potere sugli altri e su se stessi è un'illusione dannosa, che provoca crampi mentali. Lascia che la realtà succeda.)

In ultimo: il post un po' triste di ieri lo ripubblico, qui sotto, per completezza.
Non ti fare abbattere, capita a tutti di sentirsi in trappola. E in questi tempi immateriali, quella è la trappola.


23/05/15

Fuori dai denti

Ho realizzato una cosa, amici: sono stanco di crepe.
Non ne posso più di cercare linee di frattura, di cercare cose che vadano in pezzi.
Tanto, alla fine, non è vero che da lì in fondo, da fuori, viene qualcosa.

Vuoi la verità? Non c'è un fuori.
L'hanno inventato.
Lo dondolano davanti ai nostri occhi da uno studio televisivo alla periferia di Milano. Se lo inventano al computer in un ufficetto ancora più piccolo e brutto del tuo salotto, e poi lo spalmano su uno schermo verde.
Non c'è un fuori. Lo inventano continuamente, perché sanno che la voglia di scopare mostra la corda, nel mondo sovrapopolato, e il riflesso della fuga è in crescita costante. D'altra parte il mestiere del millennio è investire sui trend dell'inconscio collettivo.

Siamo cresciuti, ormai. E possiamo rispondere, forse, ad un paio di illazioni non vere: che ci siamo ormai abituati a pensare la realtà un minuto alla volta, che rispondiamo come pesci rossi alla sollecitazione delle lucine colorate sullo schermo. Che siamo totalmente incapaci di articolare un pensiero.

Ma possiamo farlo davvero? E perché poi? A pensare per campi lunghi, a rimanere coscienti, a progettare utopie cosa si guadagna? Dopo tutto l'anestetico industriale che ha preso il posto dell'oppio dei popoli non è lì per divertimento: permette operazioni chirurgiche assai invasive, destinate a cambiare per sempre la conformazione del corpo sociale per farne costolette e macinato fine.

Hai presente Matrix? Beh, immagina di prendere la pillola rossa e di svegliarti dal sogno colorato, di svegliarti in quel baccello di plexiglass pieno di gelatina nutritiva, con i muscoli atrofizzati e cavi collegati ai principali centri nervosi. Ecco, ora immagina di rimanere lì: nessuna nave dei ribelli viene a salvarti. Non esistono, i ribelli. Resti sveglio, cosciente, a nutrire volente o nolente il sistema. Niente superpoteri, niente "conosco il kung fu". Solo un orribile stato di veglia, in un supplemento artificiale di utero, fino a venire salvato da una morte misericordiosa.

In alternativa, puoi illuderti che ci siano comunque "spazi di manovra". Che la vita di ciascuno possa essere riscattata, dedicando una porzione del proprio tempo ed energia al bene.
Nessuno te lo impedirà, è chiaro: il sistema non può essere del tutto inumano, deve mantenersi stabile.
Eppure, fratelli e sorelle, abbiamo smesso da tempo e in piena coscienza di essere umani. Le decisioni che dobbiamo prendere sono sempre più del tipo "dentro o fuori", "giusto o sbagliato", e l'ideologia ha lasciato il posto a qualcosa di talmente tiepido ed universale da passare per comune buon senso.
Ti sarà consentito essere buono nella misura in cui ciò è funzionale, o necessario al funzionamento. Mai quando risulterà dannoso, ai ben altri fini del capitale.

Vuoi salvare i gattini? Accomodati. Vuoi una giornata alla memoria delle vittime? Prego.
Vuoi svegliarti? Cazzi tuoi. Non succede niente, se ti svegli.
Solo esclusione e dolore.
La forma fenomenica della consapevolezza in questo secolo è l'impotenza e la depressione, o al limite il cinismo ipocrita. Non puoi colpire il tuo nemico: il tuo nemico non esiste. Persino pensare di avere un nemico è un lusso, che si può permettere solo qualcuno senza essere tacciato di follia e violenza.

Quindi? C'è ancora qualcosa da dire, a questo punto?
Se mi viene in mente qualcosa, sarete i primi a saperlo.
Nel frattempo: silenzio radio

Difaul.