08/04/20

Lost'n'found

Regions of sorrow, doleful shades, where peace
And rest can never dwell, hope never comes

Eppure dopo tutto non si sta male
in questo pandemonio.
La luce delle cose resta accesa
come una candela unica in un deserto
tremila miglia intorno e ancora qualcuna
oltre la vista. Piatto
E fermo e morto
Come un segreto
serrato nella chiostra di denti marci
Di uno che fu vivo
ma non più
per sussurrarlo ancora.
Le debolezze
se le porta il tempo, e il freddo della tomba

Mi perdonerai se insisto
e insisterò fino ad esser perdonato
se non mi manca prima
il senso e il fiato
Non ho amore o odio
rimasto
da sprecare
Devi svegliarti! Ora!
Non si cincischia in faccia al destino
che ci vuole tutti
illuminati

Non permettere che ti colga
lo smarrimento di un attimo
può perderti
per sempre
un'unica esitazione.

Come una lama affilata
Come l'urlo dell'alba
Come il brandello di un sogno
felice
Sfugge alla vista e all'udito
Ma irrimediabile
Segna le vie
l'eterno

Il riso degli dèi
tremendo da sopportare
scuote l'intero universo
in ogni direzione

E tu, e io
buffi
pupazzi
balliamo
nudi
così

16/10/19

Di rima ne e Re

E se, per esempio, dopo un certo lasso di tempo, dopo una serie di incidentali, dopo aver adeguatamente nascosto le tracce, dopo una serie di post criptici.
E se, per esempio, dopo aver finto inedia, anedonia, antalgia, innata conoscenza e padronanza dell'alfa privativo.
E se, per esempio, avendo dimenticato ogni forma di sintassi accettabile.
Legba.
Tornasse a scrivere
Per ritrovarsi
Scrivente
Sulla pagina.

Non sarebbe certo una sorpresa, ma quantomeno l'interruzione di una routine. Che questo esemplare umano avesse ancora qualcosa da dire, da tracciare, da scrivere, dopo aver protestato e gruito in ogni forma e tono la sua definitiva e completa afonia, è certo un capolavoro della più subdola ipocrisia.
Che bastasse un paio di blandizie, a farlo tornare docile sui suoi passi, come scimmia molesta desiderosa di dolcezze e affetto, ma pronta al graffio e al morso.
Non sarebbe certo
Una sorpresa.

Eccolo, dinoccolato, un po' più vecchio, ma ancora disorientato.
Perso nello splendore.
Per esempio, così come per effetto, o per fortuna.
Eccolo.

26/09/18

Sull'eterno ritorno dello Zen

OHM!

La psicanalisi è una malattia pericolosa, addormenta le tendenze anti-realtà dell'uomo e fa della borghesia un sistema

o anche, ed è lo stesso

L'Estrema verità non esiste. La dialettica è un meccanismo divertente che ci porta in maniera banale verso le opinioni che avremmo avuto comunque.

KA!

nessuno ha inventato il trucco eppure il trucco esiste
nessuno ha scoperto il trucco eppure ognuno lo conosce

Se tutto nasce nella mente, tutto muore nella mente

Mi sembra ovvio che DADA non sia movimento politico, né artistico, né avanguardia. DADA è la terza scuola dello Zen, dal momento che esso si manifesta ovunque sia necessario.
Mi sembra ovvio, per questo non solleverò la mia voce per dirlo
e toccherò il suolo con la fronte, nella speranza e nella gioia.

Per cosa preghi? Le labbra e il cuore sono tutt'uno
eri più saggio a sette anni
torna lì

trenta colpi se taci, trenta colpi se parli
il dolore è ovunque
il trucco è noto

Il doppio vincolo non è una trappola
il doppio vincolo non è una fuga
Lo zen non è sedere in pace nella casa che brucia
né spegnere il fuoco.


31/08/18

Note per una Psicoanalisi del Risveglio


Gli infiniti aggregati mentali e fisici, che sono? Nuvole che vanno e vengono senza lasciare traccia.
E i tre peccati dell'attaccamento, dell'avversione e dell'invidia, bolle vuote che appaiono e scompaiono sulla superficie del mare.

Yongjia Xuanjue

Il risultato di quanto abbiamo detto corrisponde a qualcosa che, in un certo senso, era ben noto fin dall'inizio della psicoanalisi ed è stato, nel suo coso, implicitamente adoperato anche se non chiaramente formulato: dietro ogni individuo o relazione - percepita o data in un certo modo e in un dato momento - il sè "vede" una serie infinita di individui; tutti questi soddisfano la stessa funzione proposizionale (che può essere complessa, composta cioè da diverse asserzioni) alla cui luce l'individuo o la relazione in questione viene percepita, vista o vissuta in questo momento. Se l'attenzione dell'osservatore resta concentrata sul primo livello, quello della coscienza, allora egli sarà solo cosciente dell'individuo concreto; se si lascia permeare dai livelli sottostanti, questa infinità si dispiegherà davanti a lui, sebbene in modo inconscio. Ad abbracciare questa serie infinita vi è una sola unità: la classe o insieme. Questo a sua volta è vissuto come unità.

I.M.Blanco

La mente in se stessa, originariamente pura, è come lo spazio.
Finché continuate a cercarla con strumenti concettuali,
siete come quegli insetti che si coprono con la propria bava.
Immersi nelle vostre ossessioni, voltate le spalle a ciò che è davvero significativo
Quanto sarete stanchi, voi uditori, di rifiutare tutto!

Jigmé Lingpa

30/08/18

"Thirty's the new twenty, dead is the new thirty": Some Old Kids Blues

Sono passati anni, dall'ultima volta che ho visto il vecchio Louis.
Una eternità e mezzo, a pensarci bene: non sono sicuro che lo riconoscerei, incontrandolo. Eppure, una volta, eravamo così uniti da trascurare le superfici epidermiche di separazione.
Il mio inconscio inspirava, il suo espirava. Mi dibattevo nelle sue trappole, lui faceva regolarmente esplodere le mie. Come una valvola di sfogo, ecco. Come una regola ignota, da seguire senza esitazione, pena la decadenza e la morte.
Non lo vedo da un pezzo, il vecchio Louis. Non significa che io me ne sia liberato.
Non abito più lì, in quella casa lurida con la cantina piena di vecchie carte. Non mi sveglio più nella notte, sorpreso dalle sue urla belluine. Non mi avventuro più nelle sue stanze, solo per ritrovarlo impegnato a studiare una gigantografia aerea della steppa africana.
Impossibile tenergli dietro: geniale, forse, ma più probabilmente totalmente schizzato. Una fuga perenne, forse, che prendeva tuttavia l'aspetto fantasmatico di una ricerca ininterrotta. Scavarsi le viscere - strapparsi il cuore: la stessa cosa.
"Non puoi capire, mio caro Difaul" diceva. "Non puoi capire, mio dolce Legba, la quantità industriale di Merda che ho dovuto ingoiare. Non puoi capire le prove, mio favorito fra gli esseri. Non puoi capire la tragedia, la catastrofe, lo schifo. Sette volte sette le volte che ho giurato di togliermi questa mia fragile, tortuosa vita, di strappare la vista ai miei occhi, di abbandonare le mani all'immobilità perenne. Tutte e tre le ferite iniziatiche ho sofferto. Ho trafitto me stesso! Io stesso! Deliberatamente, e poi per obbligo, e poi per penitenza. Ho pagato il prezzo di ogni verità iniziatica E ANCORA VAFFANCULO NIENTE! NIENTE DI NIENTE!".
Era terribile, in realtà. Socchiudeva quei suoi occhi vitrei, e li riempiva di lagrimosa emozione, tenerezza, persino amore. Li spalancava, ed ecco che una spaventosa lurida paura mi assaliva. Temevo per la mia vita, per la mia anima... temevo con ogni fibra, temevo il totale annientamento.
Si autocommiserava. Imprecava. Crollava esanime. Ingollava droghe. Correva in giro, poi tornava, e in perfetta solitudine cominciava a spiegare al tavolo della cucina la differenza fra un doppio vincolo dalle conseguenze psichiatriche e la procedura lemuriana per l'estrazione dell'Intensità Senza Misura dalla densa tessitura del pensiero simbolico. Nessuna.
Oh, Louis. Non lo vedo da anni, ormai. Prima di andarmene, presi le sue carte, tutte, dalla cantina buia e lurida, temendo che l'umidità e l'oblio le distruggessero. Le infilai in una scatola di cartone, e me ne andai. Lui non c'era, era andato senza salutare, poco dopo quella cosa dello schiaffo. Non gli ero rimasto dietro, no. Aveva qualche strano piano, qualcosa a che fare con l'Enantiodromo, un complotto... prima che sparisse, aveva cominciato a comportarsi stranamente anche per i suoi standard.
Aveva corteggiato spesso la psicosi, ecco, ma mai l'avevo visto camuffarsi, spiare dietro gli angoli, maturare uno strato di paranoia tanto consistente. Gente peculiare veniva ad ore improbabili di notte. Li sentivo discutere, animatamente, prendere accordi, rimproverarsi leggerezze. Una voce era rauca, come di vecchio asmatico. Un'altra acuta ed acidissima. Una donna? Un adolescente? Non avrei saputo dire. Mi riaddormentavo, ogni volta, a fatica, un po' felice e un po' deluso di non essere stato coinvolto.
Alla fine, sparì. Lo aspettai per qualche mese, fino a quando mi resi conto che restavo, in fatti, solo per aspettarlo, senza che lui me lo avesse chiesto, senza alcun obbligo, senza speranze legittime o pretese. Me ne accorsi, alla fine, e me ne andai. Mi portai le cose di Louis, un po' per vendetta, un po' perché non ce l'avrei fatta a staccarmi del tutto. Presi una scatola di cartone, e ci infilai un mucchio disordinato di carte, alcune stampate, altre piene di disegni tracciati a penna. Alcune erano coperte di disegni, opere d'arte, mappe, stampate in cattiva qualità, in bianco e nero, e coperte di fitte annotazioni, quasi tutti acronimi che non riuscivo a capire. Probabilmente, la testa bacata di Louis era l'unico cifrario di quel caos. La carta sarebbe rimasta muta, senza di lui.
Alla fine, me ne dimenticai - Non significa che me ne sia liberato. Un po' di carta, una scatola che di tanto in tanto mi ricapitava fra i piedi. Chissà che fine aveva fatto. Alcuni amici, di tanto in tanto, chiedevano. Più raramente, qualcuno faceva ipotesi. Si era unito alle bande armate di Puech, al nord? Sparato nello spazio, oppure era caduto nella spirale del suo nomadismo urbano, sempre più rancoroso e torbido, attraverso una serie senza fine di appartamenti affollati, luridi squat, pseudo-amicizie solubili in un bicchiere o in una dose...
Smisi di pensarci, e basta. Un'alzata di spalle. "Ciao, Old Louis. Ti amavo, sai?" dissi una notte, prima di addormentarmi, e appena oltre la soglia del sonno mi trovai a guardare fuori da una finestra, ed ero assai in alto, in cima ad una torre di solido granito, ai margini del deserto. E qualcosa, lontano, bruciava. Qualcosa, laggiù, moriva.

29/08/18

Fuori dai coglioni, compagna Goldmann.





Cronstadt rifiuta darrendersi. Alle parole seguono immediatamente i fatti. L'incrociatore Petropavlovsk, alla rada del porto, alza la bandiera della rivolta. "Questo è tradimento" tuona la Pravda da Mosca. Apparentemente Lenin non sembra voglia dare molta importanza alla cosa. In realtà, egli si rende perfettamente conto dell'impasse rivoluzionaria, dalla quale non c'è che un mezzo per uscire: andare a Cronstadt con le armi e, se necessario, raderla al suolo. [...]
7 marzo 1921: di fronte alla base sono ammassate ingenti forze: in prima linea quattro divisioni cekiste, armate di tutto punto, sostenute da un battagione speciale di riserva; ai lati, altre unità: guardie di frontiera, la flottiglia navale, gli stessi delegati al X Congresso Panrussi, fucile in spalla e inquadrati, marceranno anche loro. Due anarchici nordamericani, tali Goldmann e Berckmann, si offrono come intermediari: vorrebbero evitare il massacro. Vengono invitati a non immischiarsi nella faccenda: Cronstadt era un affare interno della Russia. Disperato appello di Cronstadt a tutti i rivoluzionari del mondo: "Noi di Cronstadt, in mezzo al rombo dei cannoni e allo scoppio delle granate laciate contro di noi dai nemici del popolo lavoratore, mandiamo un fraterno saluto a voi... vi mandiamo un saluto dalla rossa Cronstadt insorta dal regno della libertà..." E conclude: "Qui, a Cronstadt, è stata messa la pietra angolare della terza rivoluzione, che spezzerà le ultime catene della classe operaia e aprirà una nuova strada verso il socialismo."
[...]  Non è ancora l'alba e già la battagia divampa. Le batterie di Cronstadt tirano all'impazzata. La fortezza è presa d'assalto. Ciò che avviene dentro è senza testimonianze. Nessuno uscirà vivo per raccontare al mondo ciò che fu di Cronstadt.

(Max Polo, storia delle polizie segrete in U.R.S.S.)



La paura che gli uomini credono limitata al dato pericolo, ed è invece il terrore di fronte all'infinità oscura di chi in un dato caso si esperimenti impotente: poiché è portato fuori dalla sua potenza. L'infinito tempo dell'impotenza è qui manifesto a ognuno: gli uomini muoiono di paura, o, se non muoiono, in 5 minuti invecchiano di decenni; e la distruzione della persona è manifesta in ciè che la paura le toglie affatto ogni potenza [...] per cui essa non fa neppur ciò che potrebbe fare - o fa il contrario: per non poter sopportare il pericolo gli uomini si gettano a certa morte, come le galline folli di terrore pel passaggio d'una bicicletta, dal sicuro orlo della via piombano nel mezzo, starnazzano disperatamente davanti alla ruota e si fanno schiacciare.

C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica


Quegli uomini del quotidiano dell'anima che, a sera, non sembrano vincitori sul carro di trionfo ma muli stanchi sui quali la vita ha usato troppo spesso la sua forza. Che cosa ne saprebbero, quegli uomini, di "atmosfere più elevate" se non esistessero strumenti che producono ebbrezza e frustate ideali! E così, come hanno il vino, hanno anche chi li entusiasma. Ma che me ne importa delle loro bevande e delle loro ebbrezze! Che se ne fa l'entusiasta del vino! Guarda semmai alquanto nauseato a mezzi e mediatori che debbono qui generare un effetto senza avere una causa sufficiente, una scimmiottatura dei flutti dell'animo elevato! - Come? Si fa dono alla talpa di ali e idee superbe - prima che vada a dormire, che strisci nella sua caverna

F. Nietzsche, Gaia Scienza.

I am here and you are here and we are all together

 INIZIO


"Al tempo in cui Mi-en-leh organizzò la sua Lega era molto difficile andar d’accordo con lui. Egli insisteva moltissimo sulla disciplina. Il suo maestro Le-peh gli disse: Se ti allei solo con quei pochi che sono disposti a sottomettertisi, non potrai mai portare alla vittoria i fabbri di aratri. I fabbri di aratri devono unirsi ad altri combattenti, perché da soli sono troppo deboli. Mi-en-leh rispose: Proprio perché i fabbri di aratri hanno bisogno di alleati devono osservare una disciplina molto severa. Se si vogliono stringere alleanze occorre essere molto uniti, essendo una delle parti contraenti, altrimenti si arriva ad una fusione.
Particolarmente violenta fu la reazione dei lavoratori della testa contro la disciplina nella Lega di Mi-en-leh. Mi-en-leh disse: Essere liberi significa per voi partecipare al dominio. Partecipare al dominio significa per voi dominare. E il vostro dominio lo chiamate dominio del pensiero. Per dominare siete disposti ad andare con gli affamati, perché qui si combatte per il dominio. Ma gli affamati vogliono il dominio per non aver fame, quindi vogliono un dominio del tutto particolare, che consiste nell’infrangere il dominio di coloro che cagionano la fame. Gli affamati non hanno nulla in contrario ad essere dominati, se questo dominio elimina la fame, in quanto accresce la combattività degli affamati. Essi non tengono in conto alcuno la vostra troppo libera libertà."
Dal Me-Ti, Libro delle Svolte


"Dove si arresta l’azione? Alla cornice? No, il margine non ha più alcuna importanza. Il problema non sta più nella definizione del punto terminale di una forma. Fare questa domanda significa già cadere nell’astrazione, nell’artificio. La vera questione a questo punto è: fin dove termina un’azione? Ogni cosa ha un margine? [...] Vi faccio un esempio semplicissimo: state camminando dentro una macchia fitta fitta. Avete paura. Man mano che la foresta si dirada, la luce aumenta. Ne siete ben contenti! Ad un tratto, arrivate ad una radura. Esclamate: “Finalmente! Eccomi arrivato al margine del bosco”. Il margine del bosco è un limite. Che significa l’espressione: “la foresta si definisce rispetto ai suoi margini”? Quale limite definiscono i margini? La particolare forma che ha ogni foresta? No, bensì l’azione della foresta, la potenza che è in grado di esprimere: non avendo più la possibilità di mettere radici e di espandersi, la foresta si dirada. Questo margine di potenza non può avere le caratteristiche di una
cornice perché non potrà mai esistere un punto preciso, un confine definitivo, in cui la foresta finisce. Il margine della foresta tende verso un limite. Il limite non è altro che la tendenza ad esaurirsi nel limite stesso. Al limite-cornice si oppone dunque un limite dinamico. Le cose non avrebbero altri limiti oltre quelli stabiliti dalla portata delle loro azioni possibili, o della potenza che possono espri-
mere. Le cose sono potenze, non forme. Il margine della foresta non ne designa più un perimetro, ma l’espressione di una determinata potenza, la sua capacità di espandersi sino ad un culmine, di allargarsi fin dove è in grado di giungere. La sola cosa che mi dovrò chiedere pensando ad una foresta è: qual è la sua potenza? Fino a dove è in grado di arrivare, di estendersi?



"Il male sta nel povero ragazzo che sei. Tanto peggio per te se lo sai. Il cielo è tutto quanto non si tocca mentre più lo desideri. Ma tu non sai pregare. Non sai desiderare, né toccare. Vedi tutto e non puoi mutare niente. Ti piacerebbe venire con me? Non ti lasciano passare. È già tanto se mi tollerano. Ci resisto per meriti trascorsi. Ti ci vorrebbe intorno una barbarie, fortune che non capitano più!”

FINE

12/07/18

The Human Innards Of The Flying Saucer

Il controllo FS tace. Nessun blip, blop, glitch o altra stranezza percorre il quadrante. Il rumore bianco di pianeti lontani, filtrato dal gigantesco Apparato Riproduzione ed Analisi di Base, si diffondeva nell'aria consumata dello spazio abitabile all'interno del Sistema Uno.
Dal momento che non c'è abbastanza spazio per stare sdraiati, sdraiati davvero, dico, con le braccia allungate e le gambe divaricate, e la schiena dritta, e il collo esteso, Luis se ne sta nella più prossima posizione di riposo disponibile, stendicchiato sull'imbottitura interna della struttura rotante semisferica che gli serve da letto, da sedia, da poltrona.

La gente normale - pensa - dorme.
Si mettono giù, obbediscono ad una gravità imponente, centrale, e dormono, cedono il peso alla terra e lasciano che il sistema nervoso centrale si sganci.
Che pensiero assurdo.
Da tempo, ormai, Luis non sogna più. Non consapevolmente, almeno.
Lo spazio, il tempo: sempre lo stesso luogo, niente bagno, niente cucina, niente biblioteca, niente camera da letto. Le luci, le piccole luci fisse, sui quadranti del sistema ARAB, piantate come fari nel suo proprio inconscio.
Da tempo, ormai, Luis non è certo di essere mai completamente sveglio. Niente alba, niente tramonto. Niente pranzo, niente cena.

Non fa bene, questo, pensò. Chissà, quanto tempo è passato.
La mente-scimmia, quella roba che un tempo aveva lottato per la propria coerenza interna nel marasma evolutivo della foresta archetipica, lottava ancora per mantenere una qualche forma di indipendenza.
Da tempo, tuttavia, la battaglia è persa. La semplice, omogenea permanenza della simbiosi con il Sistema Uno la indebolisce lentamente, inesorabilmente.
Il problema, pensa Luis, è la pelle.
La pelle dovrebbe essere il limite. Omeostasi dentro, variazione fuori.
Ma la pelle del Sistema Uno è acciaio supertemprato, capace di tagliare i campi cosmici, e l'omeostasi interna è quasi perfetta. Temperatura, nutrimento. Il sistema digerente, collegato a quello del Sistema Uno in un circuito chiuso, autoreplicato. Le scorte, sempre identiche a se stesse.
Né fame né sonno.
Né alba né tramonto.

La psicologia del viaggio spaziale è simile a quella del profondo. Il vero rischio, è che l'essere umano sprofondi, transustanziato in una strana nuova bestia, incapace di riconoscere il limite fra l'animale preistorico e il dispositivo.
Che cos'è la fame? Si chiede all'improvviso Luis. Porta sullo stomaco la mano, scarna, ossa rose dalla gravità ridotta, pelle maculata dalla mancanza di sole, dalla circolazione rallentata.
Si sorprende della propria leggerezza, di nuovo: è dimagrito? Perché?
Non pensava da tempo al cibo. Tasta il piccolo tubo che gli infila le razioni M direttamente nello stomaco. poi segue il percorso dell'esofago: dovrebbe essersi completamente chiuso a questo punto. Da quanto tempo non deglutisce?

Alza gli occhi. Il cielo è d'alabastro. Il sole, lontanissimo, blu-radioso. Era un sogno, quello? Che strano. Il Sistema-Uno, agganciato al suo sistema limbico, avrebbe dovuto distruggere completamente la sua capacità di sognare.
Eppure: quello doveva essere un sogno. Cosa ancora più strana: Luis se ne rendeva perfettamente conto.
Abbassò gli occhi - ma lo stava facendo davvero? - e contemplò la pianura. La quantità di spazio gli fece subito venire le vertigini. Si possono avere le vertigini, in un sogno? La pianura, ricoperta di vegetazione bassa, di un colore biondo pallidissimo, era ampia e lunga, e al termine disegnava un confine netto e pulito con il cielo. Si intravedevano appena, più in là, ombre che avrebbero potuto essere quelle di una catena montuosa, persa nella rifrazione dell'atmosfera.
Forse, pensa, laggiù qualcuno è vivo.
Forse un essere umano!

Sveglia. Sveglia. Qualcosa trilla, scuote, qualcosa fischia, qualcosa pulsa, nello Spazio-uno. Sveglia.
Luis non dorme più. L'atmosfera. La pianura. Riesce ancora, per un attimo, a trattenere la sensazione del vento contro la pelle. A trattenere l'immagine di una montagna, lontanissima, ombra azzurra contro azzurro.
Esplorazione, ecco. Luis è un Esploratore, dicono.
Ma non ha spazio, non ha tempo, non ha corpo.
Ingoiato. Ingoiato vivo, e digerito, piano piano.
Imploratore, corpo-macchina, spazio nullo. Solo silenzio e morte fuori dalla pelle del Sistema-uno.
E ora? Qualcosa trilla, scuote. Un battito, un tonfo.
Suoni alieni, forse. Gli strumenti di controllo emettono gemiti. ARAB sputa stringhe alfanumeriche su tutti i monitor, e poi immagini: una sagoma scura, ovoidale.
Arrembaggio? Incontro ravvicinato?
Chissà se si ricorda come si fa a provare paura, o dolore...
Poi se lo ricorda.
Il sistema ARAB segue la procedure di emergenza, e gli spegne il flusso di antidepressivi-antidolorifici-antipsicotici regolamentari. Il Gancio Limbico si ritrae dal sistema centrale. L'essere di nuovo umano, urla di dolore, angoscia e panico.
Qualcosa preme contro la pelle del Sistema-Uno. Qualcosa. Inconcepibile orrore, qualcosa che arriva da FUORI, angoscia della penetrazione, della ferita. E poi rabbia, desiderio di annientamento. Cerca il comparto delle Armi. Il Sistema-uno risponde alle sue direttive emotive, le asseconda, lo riempie di Anfe sintetica da guerra.
"Siamo venuti a salvarti"
Non li sente, no. Figure bozzute, spesse, avvolte in involucri ermetici. Movimenti goffi. Alieni. Penetrazione. Morte.
Prova ad urlare: dalla gola ormai secca esce un rantolo appena, le corde vocali non vibrano a dovere. Dalla pistola, tuttavia, parte un unico proiettile, appena prima che il rinculo gli spezzi il braccio in due punti. Attraversa l'aria consumata, l'involucro, la pelle, il cranio.
"Siamo venuti a salvarti".
Che significa?
L'umano trema. Aiuto, aiuto. Il sistema digerente vorrebbe vomitare, torcersi, se non fosse chiuso, ormai obsoleto.
Il sistema controllo emotivo corregge automaticamente la deviazione dei parametri. Sedativi vari, i muscoli si rilassano, si fanno molli. Il dolore al braccio scompare.
La pianura è immensa. E forse sulle montagne, laggiù, qualcuno è vivo.




11/07/18

"I'll hit it so fast that their eyes water"



Presi negli ingranaggi di una insolita Storia, andavamo avanti un po' a tentoni.
Secondo Luis, la colpa era tutta del solito Governo, e in seconda battuta della Gente che avrebbe votato il Suddetto. La sua disperazione era teterrima e rancorosa. La faccia, accartocciata inorno a quell'unico, profondissimo taglio verticale alla base del naso, dove le sopracciglia si premevano insieme.
Secondo il Secco, non c'era da prendersela tanto: le cose sarebbero cambiate, e in fondo cambiavano sempre. Un po' di merda, si sa, piove, ma non per sempre, mai per sempre. Sarebbe bastato aspettare che ciò che non riuscivamo a controllare si mettesse a posto da se, e nel frattempo sopravvivere, non farsi il sangue amaro, o il fegato grosso.
Il Biondo, forse, era quello che se la passava peggio di tutti. Di noi, era forse il più astuto, e di certo il più resistente, e forse proprio questi erano i difetti peggiori. Come amava ripetere, si era fatto da solo, aveva scavato a furia di denti e unghie uno spazio nel mondo che avesse la forma della sua vita, e ne era fiero. Eppure, eccolo, rinchiuso in un attico ingombro e puzzolente, un altro abusivo fra abusivi, costretto ad ascoltare le inutili e lunghissime litanie di recriminazioni di Luis, a respirare di seconda mano il fumo che si sollevava in dense volute dalle canne di pessima qualità del Secco.
E allora? L'eroismo del biondo non poteva permettergli scorciatoie: nel suo sguardo lugubre si leggeva la forma più onesta e acre di violenza, il circuito chiuso della crudeltà. Il biondo non si sentiva tradito, né sfortunato. Il Biondo si sentiva addosso la puzza del fallimento, e passava i giorni e le ore a ripercorrere i propri passi, a chiedersi dove, come, avesse sbagliato qualcosa, dove tutto fosse andato storto.
Col tempo, la situazione si sarebbe guastata, lo sapevo: se a suo modo il Secco galleggiava, e si perdeva volentieri nella deriva dell'immaginazione, e Luis invece articolava di sempre maggiori dettagli la gabbia della propria paranoia, mai sfogata in azioni particolari, il Biondo mi preoccupava decisamente di più. Lo vedevo girare a vite, infilarsi nel buco del proprio inconscio, e scavare, e scavare, e chissà quando - mi chiedevo - la gravità lo avrebbe acchiappato così fortemente da non permettergli di uscirne mai più.
Un vero peccato, pensai. E poi mi sembrò di essere diventato appena appena più leggero, mentre spegnevo la sigaretta nel posacenere sul davanzare, e gettavo un'ultimo sguardo all'orizzonte urbano, distesa di volumi incongrui ed enormi distese vuote, inabitabili, favo di celle monofamiliari, ognuna carica di testimoni della Meravigliosa Ultima Epoca della specie Umana.
Chissà, forse sarebbe stato meglio per loro, abbandonare ogni speranza, ogni peso. Decidere di abbandonarsi alla natura-buddha, alla realizzazione della Vacuità Completa. Forse. Ma a che scopo? Una forma di ironia ancora più sublime li avrebbe giocati, nel mondo in cui l'apocalisse dell'Umano non aveva bisogno di passare per il fondo cosmico della coscienza, ma piuttosto per l'accelerazione inarrestabile dei rapporti di produzione.
Niente, baby. La bomba atomica, come diceva quel filosofastro schiumante, è l'ultimo Maestro Zen, eppure allo stesso tempo è la fine dello Zen.
E io? Non mi ero sforzato più di tanto, fra reazioni e razionalizzazioni. Di base, forse ero un po' simile al Secco, al suo taoismo immediato. Prima, certo, avevo coltivato ambizioni, prima di capire. Avevo sognato di emergere dalla melma dell'Umanità Comune, di espandere in onde concentriche la mia influenza galvanizzante sul Mondo Circostante, eccetera. E mentre pensavo queste cose, seguendo il filo sgranato dei pensieri lungo le formazioni psichiche sedimentate ed erose nel corso degli Anni Duri, accesi un'altra sigaretta, senza accorgermene quasi, la mano destra che percorre da sola la serie automatica dei movimenti, inavvertiti. La fiamma mi colse quasi di sorpresa. Sollevai gli occhi, mettendo per la prima volta a fuoco la stanza in penombra, malinconicamente riempita di scialbe sagome dalla luce opaca del tardo pomeriggio nell'atmosfera torbida della metropoli.
Ai margini dell'aggettivazione, stava il Biondo, con un coltello.

"Io", disse, "M'ammazzo".


29/06/18

Uck Fuck Fuck

Deprimente e parossistico, ecco, mi muovo come un semplice gesto attraverso l'aria, taglio come un angolo acuto nella materia morbida.
Non acconsentirò a scambi o trattative: disprezzo l'uso umano delle parole.

La mia teoria politica è semplice, non ricordare alcunché. Il mondo è nuovo sotto i miei occhi, fragile sotto il martello, caduco alla falce. Non aspettare, ecco.

La doppia presa si è sciolta, la doppia presa non può sciogliersi, questa è la doppia presa. Livello su livello, seppelliti dall'arrivo di un'epoca nuova di Grande Magia, subiamo, noi che avevamo calcolato l'andirivieni nel tempo e nello spazio, ma non la Grande Contrazione.

Come ti senti? Ecco, quella sensazione allo stomaco. Quella sono io, quando io non ci sono più. Non ricordarmi quando sarò sparito. Non pensare alla mia faccia, la mia faccia è un inganno, e ne ho altre. Non puoi vedere il Nodo, non con quell'attitudine.

Scopro sempre nuove cose, sai? Scopro che i segni sedimentati non stanno fermi, e il sisma è sempre in agguato, bestia oscura immonda affamata di carne vivente, amabile.

Cosa ti porta? Non puoi saperlo. La schiavitù è passato-presente-futuro. La libertà è istante-eternità, nessun programma. Fammi spazio. Fammi l'onore. Strappa via tutto e parti per un irrecuperabile Viaggio nella Dissoluzione.

Non ci capivamo, ecco. Ma alla fine.

31/01/18

Fovea Mundi

Keep giving bad people good ideas

La prima volta che hai scoperto di avere un ano, come ci sei rimasto? Non avere paura, siamo fra amici.
Lo sai, è un equivoco quello che distingue fra adulto e bambino. Pensavi di stare solo imparando, ed hai fatto i danni peggiori. Pensavi di avere imparato, e quanto ti sbagliavi.
Non avercela con me, parlo solo perché ti voglio bene. Non volevo che ti facessi male, e così non ti ho vaccinato adeguatamente. Poco ci mancava che ti ammazzassi da te con l'anestesia.
Funziona così. Non per tutti, però. Diciamocelo: sei tu, è proprio colpa tua. Hai fatto uno sbaglio, e questo capita. Ma a quello sbaglio sei stato fedele, e questa è la pessima fra le virtù, quella che si paga di più.
Ah, per me non fa differenza, io ci lavoro. Da quando eri poco più che un ragazzino ti sto dietro, e lo sai quanto ci siamo divertiti. L'errore non è mai solitario: c'è sempre quello che si ritrova in debito, e quello che un giorno riscuoterà il dovuto.
Finita la festa, ti tiravi il cappuccio sulla faccia e mi salutavi. Quasi scoppiavo a ridere, ogni volta. Cosa stavi pensando? Quelli come me li puoi chiamare, e spesso rispondono. Però non ce ne andiamo fino a quando non lo decidiamo, e sicuramente non fino a quando non avrai pagato tutto.
Certo, ad essere umani si potrebbe avere pena. Te ne stai lì steso sul divano, a sbavarti addosso, e potresti pensare di averlo pagato, il conto. Ma, ancora una volta, ti sbagli. Non ci sarà bisogno di dirtelo. Lo capirai da solo, quando aprirai gli occhi, e proverai ancora a sollevare lo sguardo. Io sarò lì, su quella sedia, ad aspettare, con un bel sorriso amorevole e un coltello.
Lo sai, questo, vero?
Sogni d'oro.

(tratto da Le lettere del diavolo a Julius Puech)

18/01/18

Omote

Prendere il fiato, piegarlo, riporlo, lasciare che scorra.

Riconoscere la vertigine kairotica, assorbirsi completamente, fino alla saturazione indescrivibile. Vomitare la vibrazione isterica. Spargere i frammenti residui, come segatura, dove l'eccedenza organica fa una pozza scura e rossa.

Non si arriva al margine senza un qualche tipo di profonda sofferenza. Non parlo per parlare, ma il parlare è infinito, e io parlo al singolare, ora. Ecco le mie parole: sono composte di lettere, e a leggerle l'aria vibra, fra i denti, aria inspirata ai fini della sopravvivenza, emessa ai fini del senso. Questa la vera lezione.

Eccoti lì seduta, e ignori che a poche dozzine di chilometri una bestia muore con un suono orribile. E ignori la vera natura della mente, eppure eccola, pienamente visibile, vorticare di sensazioni inosservate. Eccoti lì, seduta, completamente trasparente all'eternità, assolutamente incomprensibile altrimenti.

Ci facciamo? Anche la chimica è una questione di amore, no? Il vicolo e la camera e la lampada con lo smalto scheggiato e la mensola con sopra i libri, e il portaincenso, e un regalo impulsivo, tenace, sopavvissuto e dozzine di traslochi, mi ricorda che esistevi ed eri più di metà della mia realtà. E ora? E ora sei altrove, e non ti vedo, e l'odore della tua pelle non è più qui a scacciare i demoni.

Ci facciamo? Anche la letteratura è una questione di carne vibratile. E non c'è locuzione, giro di frase, che non ricordi la densità viva. E non c'è ritmo sordo che non vada avanti e indietro, cardiaco, sfinterico. Ecco il giro delle generazioni, ecco il giro dell'entropia autofaga, ecco l'incrociarsi delle serie: ama-fotti-nasci, ingoia-digerisci-caca, e il limite del corpo gonfio in putrefazione, il glorioso crepare dei tessuti che cacano se stessi in ogni direzione, nell'Ultimo Atto Amorevole.

Che cosa ci era successo? Avevamo perso la via. Ma la ritroveremo, no? E in fondo, non è sempre uno strano giro? Julius ha perso due dita, per sottrarsi alla trappola, ma poteva andare peggio. Si fa quello che si può. La coerenza del Sistema è una stupida ossessione paranoide. C'era da accorgersene assai prima. ma non ci serve, non ci serve e non ci è mai servito, un equilibrio prostetico, una nevrosi supponente.

Non ci è mai servito un maestro di buone maniere, una supposta di ottimismo, un rito di purificazione chimica, una seconda opinione, nonostante ogni vostro sforzo di rettifica, non ci sfugge la violenza del buon senso. Ma eravamo impreparati, e ormai anche quello è passato.

08/12/17

Esercizi di Eternità

"The art of progress is to keep intact the Eternal; yet to adopt an advance-guard, perhaps m some cases almost revolutionary, position in respect of such accidents as are subject to the empire of Time." A.C.

Immagina una donna o un uomo, desiderosa di conoscenza, ricca di ingegno, preparata alle avversità, dotata di molti trucchi e molte segrete conoscenze, profonda nella comprensione, determinata di fronte agli ostacoli, incurante del suo proprio valore, consapevole della realtà.

Immagina una trappola mortale, immagina una strada senza uscita, una guerra di cui si sia dimenticata l'origine. Immagina una follia paralizzante, immagina la sensazione del marciapiede contro la guancia, all'alba.

Immagina un gesto di gentilezza spontaneo, immagina una punizione giusta, immagina un insegnamento vero, immagina che ogni istante sia perso per sempre, irripetibile, morto appena dopo la sua comparsa. Immagina una mente completamente quieta, vuota di pensieri, priva di tracce, come un immenso lago immobile.

Immagina un silenzio troppo lungo, un caffé che si raffredda lentamente, il suono di risate registrate in una camera ardente, una lunga fila di denti scheggiati, scoperti per deridere la sconfitta di chi ha osato troppo.

Immagina una ritirata precipitosa, una scusa patetica. Immagina la realizzazione tardiva di una vocazione ormai irrealizzabile. Pronuncia le parole "non ti amo più". Immagina il sapore della carne umana.


17/06/17

Note sulla posizione del filosofo proletario

Avvertenza: in questa riflessione il termine "proletario" è usato per indicare colui che aliena la sua forza lavoro in cambio di un salario. Se il termine ti suscita brividi di disprezzo, lo sbuffo che si riserva ai ragionamenti fuori tempo, o significa molto più di quanto ho detto nella tua mitologia personale, forse sarebbe utile smettere di leggere adesso.
 
Scrivo in questa occasione a beneficio dei molti dottorandi in materie filosofiche (da non restringere indebitamente alla sola filosofia) che ho incontrato nel corso dell'ultimo anno e mezzo fra convegni e summer school, e in generale per gli assegnisti o quelli a contratto. 
Si tratta del tentativo di indagare da una prospettiva di classe la peculiare condizione dell’intellettuale contemporaneo non come deprecabile contingenza, ma come posizione strategica particolarmente sfavorevole dalla quale pensare, e nella quale esistere, e dunque interpretando la questione del come ciò sia ancora possibile.
 
Il dato di partenza, innegabile (anche se sarebbe un forte impulso negarlo) è quello del disorientamento, della confusione. Non uno di voi, di noi, sa bene cosa lo attende. Vi sono speranze e aspirazioni mal combinate, vi sono forti motivi interiori e pessime prospettive lavorative. Come evitare che collidano?

Cari amici, lo so che vi sentite confusi. E' normale. Siete proletari (quasi degli stagionali) che fanno un lavoro tradizionalmente borghese se non addirittura aristocratico, quello delle idee. Va ricordato a tal proposito che:
 
1) Ce lo fanno fare, e ci insegnano a farlo. questo lavoro delle idee, solo da quando è ormai tacitamente deciso che le idee sono obsolete rispetto alle immagini che si muovono, e soprattutto rispetto ai numeri.
 
2) gli effetti della divaricazione che si produce fra l'immagine-di-se aristocratica o quantomeno borghese e la condizione proletaria di vita sono molteplici, e possono plasmare la tua vita. 
 
Fra i più comuni:
 
- Il recupero di nozioni che definiscono la posizione paradossale o rivoluzionaria di un' aristocrazia proletaria (ad es. militanza comunista o subculturale)
 
-La celebrazione liturgica di uno stato di cose passato, e della figura di intellettuali morti che occupavano nella realtà la posizione che noi occupiamo solo nella nostra testa, nell'illusione di poter parlare, quantomeno come chiosatori, dal loro pulpito (che è crollato da tempo)
 
-L'odio per la gente, e la spocchia che ne è il corollario, che ci distanzia almeno emotivamente dai proletari che ci circondano.
 
-L'odio per le classi egemoni che occupano il posto che secondo noi sarebbe degli intellettuali come speciale settore aristocratico o quantomeno borghese, senza venire dal nostro cursus honorum: opinionisti, blogger, maestri di pensiero di varia provenienza. Non si tratta di un odio che si può mettere in campo, dell'animosità fra due avversari che si fronteggiano. E' l'odio degli abitanti di un paesino di passaggio obbligato che si ritrova bypassato da una vasta autostrada ricca di centri commerciali. Una condizione spirituale miserevole che avrei voglia di chiamare "nichilismo logistico".
 
Queste formazioni stanno come sempre fra il sintomo e il palliativo, ma non costituiscono una soluzione o una possibile traiettoria fuori dall'empasse. Sono utili ad inquadrare il problema, nella sua struttura di doppio vincolo stritolante, ma possono solo sottolinearlo. 
Non ci interessa in questa sede l’aspetto della sofferenza psicologica, ma l’impossibilità che sta alla sua base: ovvero la frizione fra un modo di pensare il proprio posto nel mondo estranea all’orizzonte del proletariato e della condizione proletaria. 
Si potrebbe anche dire: la frizione fra il bisogno di pensare il proprio posto nel mondo e la forma di vita del proletariato, la cui caratteristica cardine è l’alienazione, e quindi nasce nel momento in cui il proprio posto nel mondo è accettato perché si possa vivere, e metterlo in discussione significa metterlo a rischio.
 
Il problema centrale a questo riguardo riguarda l'individuo: il soggetto che pensa. Finché saremo convinti che sia il soggetto a pensare, l'individuo sarà chiamato in causa. 
Ma l'individuo non è una categoria del proletariato: il proletario in quanto venditore della propria forza lavoro, si riduce ad essa, come quantità misurabile e intercambiabile. ("Sai quanti ne trovo, per fare il tuo lavoro") Di contro, il filosofo, nella nostra mitologia, appare insostituibile. 
Del filosofo, dopo la sua scomparsa, non resta il mero lavoro, solidificato in generazioni di anonimo sudore - come quello che ha costruito la Salaria, o eretto le piramidi, o riempito le nostre città di macchina. Del filosofo resta il nome, quintessenza del soggetto, associato ad una serie di idee, prese di posizione, ragionamenti e opinioni che ne esprimono la libera attività intellettuale. 
La rinuncia alla libertà, nell’ottica della costruzione di un metodo collettivo, ad esempio, trasforma spesso un filosofo in qualcos’altro. 
 Già Schopenhauer se la rideva delle accademie per questa natura di domesticazione del pensiero, sulla base del fatto che esso ha senso e motivo solo là dove resta libero delle pastoie.
 
La funzione del filosofo sembra dipendere da una certo statuto autonomo e alieno, che gli permette di interrogare l'ordine sociale in quanto tale in forza di una soggettività slegata. Se ne ritrovano i simulacri e gli altarini nel "cogito". Il filosofo è colui che ha la forza di slegarsi da tutti i preconcetti, i pregiudizi e le convenzioni che gli impediscono di considerare un problema da capo e radicalmente. Egli non autorizza alcuna argomentazione in base al prestigio sociale che essa ha accumulato, vuole riprenderla in mano "di persona".
Benché possa sembrare obsoleta, è ancora questa immagine pseudomitica che ossessiona chi, attraverso lo studio dei testi, incontra e gioisce della conoscenza di molte figure simili: Spinoza, Bruno, Marx, Cartesio, Platone...
 
Cosa farà dunque il filosofo proletario? Dovrà rassegnarsi ad incarnare un ossimoro? La soluzione più facile, che potrebbe suggerire qualunque umano non coinvolto dal problema, è quella di abbandonare il campo. La filosofia non è morta già troppe volte? Si direbbe una per ogni filosofo. Ce n’è ancora bisogno? La posizione filosofica non è più compatibile con la realtà, non c’è più cicuta da bere, né pritaneo, solo ufficetti e convegnucci e convegnoni e aperitivi e presentazioni di libri nelle quali ci si svaga, ci si innamora, ci si diverte ma solo rarissimamente si ha la sensazione di fare filosofia (e poi, non sarà solo una sensazione, un’autosuggestione?).
Non commenteremo questo facile disfattismo: diciamo chiaramente che in questo caso non vi inviterò a mettervi in salvo dalla filosofia, né in tono sornione, né in tono serio. Questo è il consiglio che danno gran parte dei professori di una certa generazione, e segna fino a che punto il loro attaccamento a un certo stile o forma di vita aristocratica abbia cancellato ogni traccia della loro lealtà alla filosofia come disciplina, o all'istituzione che li mantiene.
Per quanto ci riguarda, facciamo finta che concordiate con me: che si resta con la filosofia fino alla fine, anche quando i padri vanno uccisi e le mitologie rovesciate, non si rinuncerà a pensare, e a pretendere da se stessi le risorse per continuare a farlo. Ma torniamo al nostro discorso.
 
Il filosofo proletario forse cercherà di sfruttare a suo vantaggio una rinnovata linea pubblico-privato: sarà meno individuo mentre si guadagna da vivere - magari attraverso un programma di ricerca ben pesato e misurato, che lo include come "forza lavoro cognitiva" in un corpo di intellettuali direzionabili, che si fanno dettare i problemi dai bandi europei? - e di contro sempre più individuo, sempre più ostentatamente e cinicamente "contro" nella vita privata, nelle espressioni informali, nel pensiero privato, nella militanza politica? (si noti come in questo senso i filosofi usano la militanza politica come autoterapia, e anche come è il fatto relativamente nuovo che la filosofia sia un “lavoro” a motivare tale divisione pubblico-privato. Gli antichi avrebbero messo la filosofia integralmente nell’otium, l’idea del filosofo stipendiato dallo stato avrebbe avuto presso di loro un che di ridicolo.) 
Oppure il filosofo proletario cercherà di decostruire la sua posizione come soggetto critico, facendosi collettore e connettore di un flusso di codice piuttosto che "testa pensante"? A questa seconda linea appartiene chi in Italia e all'estero (e sono tantissimi, più o meno seriamente) si aggrega spontaneamente in gruppi di ricerca, collettivi e nuclei di pensiero disinteressati. 
 
Non sono nuovi salotti, nuove sfilate, nuove avanguardie, nuove carbonerie. Sono il modo normale in cui i filosofi proletarizzari reagiscono adeguandosi alla propria situazione, facendo funzionare l’unico aspetto che essa offre di efficacia: la prospettiva di un lavoro collettivo. L'unica speranza di trasformare la dura lezione della scomparsa degli intellettuali nella ricomparsa dell'intelletto.
 
Nel deserto della realtà, un romantico potrebbe anche scorgere la soglia di un cambiamento attraverso il quale i filosofi saranno finalmente all'altezza di sviluppare un pensiero che non gli appartiene, dal quale non riscuotono dividendi, ma che scuote dal fondo il torbido intruglio dell'incultura generalizzata e del marketing politico/istituzionale.
 
A patto che non gli salti in testa di fare carriera, ecco. I proletari non fanno mai carriera.

13/06/17

Bioritmi/Demonologia

-Siamo d'accordo. A patto che tu dica "Inconscio" al posto di "Dio".

Taglio corto. Dopotutto, sono ore che discutiamo. Ma il mio interlocutore non mi ascolta: Dio gli parla costantemente attraverso la sua testa.
Probabilmente è uno schizofrenico non diagnosticato. Ma poi qual'è la differenza fra un'idea bislacca e una malattia mentale? Mi dice che i rettiliani controllano la terra attraverso la telepatia e i sacrifici umani. Gli dico che la borghesia invade e capitalizza sulla semiosfera, e penetra l'inconscio collettivo.
Nella notte, annuiamo come se ci fossimo capiti.
Siamo così diversi, in fondo?
Importa qualcosa?


Parliamo intorno a un tavolo sgangherato, i gomiti sul piano in plastica verde sul quale una pozzanghera di birra rovesciata si asciuga diventando sempre meno liquida, sempre più appiccicosa.

Un altro racconta: "una volta, quando ero in galera, uno ha provato a farmisi nella doccia. Ma io avevo una lametta nell'accappatoio, e girandomi gli ho aperto il cazzo in due. Poi mentre cadeva gli ho preso a calci la testa, e gli sono saltato sul petto." Ha una luce negli occhi, mentre lo dice.
Sorride. "Hai paura di me?" Chiede.
Rispondo onestamente: "No".

Non ho paura. Sono triste, ecco. Io con la mia paccottiglia da intellettuale, e le storie, e le dame i cavalier le armi gli amori, e la dialettica materialista, e la costruzione della situazione, e la sovversione generalizzata, e l'estetica post-punk, e il masochismo implicito.
In giro alle tre di notte.
E le vite rigate dalla sventura.


Una ragazza bellissima si avvicina a un ragazzo con i rasta. Lui porta una maglietta aderente, che rileva pettorali aitanti. E' uno silenzioso, se ne sta in circolo con quattro amici e non parla molto.
Lei, scortata da una amica, tenta un approccio. "Come hai questi muscoli? Scali montagne"?
"No, indovina"
"..."
"Gioco a ping pong".
Lei perde interesse immediatamente. Gli amici di lui lo prenderanno in giro per quaranta minuti. Lei è nota, serve al bancone in una pizzeria, e lì dietro è sempre sembrata perfetta e irragiungibile. Lui ora è rosso e suda di imbarazzo, oltre che di caldo.
Lei si piega, a dimostrare l'abilità nel toccarsi i piedi, poi si aggiusta platealmente il reggiseno, mettendo in mostra diversi centimetri quadrati di pelle proibita.
L'amica la porta via quasi di peso.
"Ma era sbronza! L'occasione perfetta!" Commenta uno. "Potevi giocartela meglio."
"Ha una buona amica" commenta uno.
La vediamo andare a casa con un avventore storico del locale, le scarpe in mano.
I ragazzi commentano i suoi piedini, si danno di gomito.
(Esorcismo? Rassicurazione?)
Penso al tempo, al bisogno di sentirsi amati, amabili, alla fame di carne e sangue. Alla necessità di scomparire per essere liberi. All'assenza di potere, al consegnarsi armi e bagagli al nemico dai begli occhi.
Nessuno di questi pensieri è adatto ad affiorare.
 Di che gioco stanno parlando?
Penso al cazzo tagliato in due, alla galera.
La stessa cosa? Un'altra?
Chi vince? Chi è vinto? (Si vince solo per perdersi?)
Cosa importa?
La luce dei lampioni non tramonta.
Non c'è orizzonte oltre le facciate dei palazzi.
(L'alba ci coglierà come uno sporco segreto.)



Non c'è tempo alle quattro di notte per pensare a mezza tinta.
Le questioni si risolvono d'un colpo.
Euforia o depressione.
Il tempo sedimenta e sublima.
L'oscillazione è dolce e profonda, quasi inavvertibile, sulla superficie ingombra di pensieri leggeri.
Come quando nella notte suona l'allarme antincendio, e tutti gli ospiti dell'hotel si ritrovano nella hall in pigiama.
Occhi cisposi, sguardi allarmati, o scocciati, o divertiti.
Così il cervello, rimescolato, produce incroci imprevedibili e umilianti.

Ai margini di una festa da ballo, guardo fisso il groviglio dei corpi, imbarazzati alcuni, impacciati, divertiti. Nello sguardo fisso si liquefaggono, fluiscono gli uni negli altri. Dopo qualche minuto, mi è del tutto impossibile considerarli umani.
"Sarebbe bello avere una personalità tutta intera. Il pensiero odia il corpo, il corpo detesta il pensiero. Il pensiero sogna un buco per uscire dal corpo, il corpo sogna uno sfintere per eiettare il pensiero."
Ma no, ma no. Fate la pace.
La danza è un atto di seduzione verso il proprio corpo, dice Gesù.
Mi muovo a tempo nella musica di un'altra notte, qualunque essa sia.
Tiro scemi i Loa, che si sporgono a guardare.
Eccomi, eccomi. E poi non più.
(Torno corpo fragile, ginocchia dolenti. Torcicollo. Tosse dai bronchi.
Respiro una boccata di fumo, la soffio nell'aria.)
E' tutto qui? E gli altri come fanno?


Non ti fa ridere, l'idea di un filosofo in questo secolo? Di certo fa ridere molti.
La risata è uno sfogo, l'eliminazione sbuffante di una tensione contraddittoria.
L'alternativa alla risata, è il sangue, se la tensione cresce.
(Chi sa far ridere, sa far ringhiare.)
Abitare un paradosso implica essere ridicoli oppure tremendi. Come i matti.
Più pratico abitare quei paradossi mutilati che si chiamano menzogne, e affrontare la verità quando verrà a bussare con l'insistenza di una notifica di sfratto.
"Dai, ancora con la verità? La verità è morta!"

(La sfilata dei matti si snoda lungo le strade. I discorsi sono tutti fuori luogo, e così i corpi. Un'oasi temporanea, psicotica.)
Pace della mente. Mi confesso a una giovane psicologa junghiana appena incontrata. Parlo del me stesso di otto anni.
Non controllo che mi stia ascoltando. Mi basta la calda sensazione di appartenenza lieve, che sempre marciare insieme mi ha dato.

L'idea! Si fotta l'idea!
Le idee dei matti danzano.
Ma i piedi.
I piedi marciano, marciano.
Dovresti avere paura dei piedi, non delle idee.


Di nuovo notte. Adrenalina e odore di botte nell'aria. "Quei quattro hanno rubato lo zaino di Dutch!"
Quando i ragazzi si fronteggiano, petto contro petto, cosa hanno da perdere?
Virilità? Rispetto di se?
I ladri sono sempre dei codardi prepotenti. La loro vanità non è nel dolore, ma nella gratuità.
La questione non è astratta ma rituale.
Si tratta di fargliela pagare.
La danza della scimmia, dritto dal sostrato mammifero.
Nessuno si fa male, alla fine.
Ognuno è soddisfatto quando si sente pericoloso.




(Solo chi non ha alcuna paura può evitare lo scontro.
Ma abbiamo tutti paura.
Dunque cerchiamo lo scontro.)

Come si può sconfiggere la paura? Battendosi.
La metafora è tortuosa, nasconde una trappola.
Paura della paura, lotta contro la lotta. Diffida dei sistemi ricorsivi, che ti condannano a un corpo frattale, all'incorporeo, alla schizofrenia.

Di cosa hai paura? Perché combatti?
Non potrò abbracciarti per sempre, e non intendo diventare uno strumento nella guerra contro te stesso/a.
Cosa ci resta? Non c'è gran che spazio per interazioni a parte questo.

Alle quattro, passo cadenzato e testa alta, vado a casa.
Le strade sono sgombre, l'aria tiepida.
L'alba ci coglie sempre come uno sporco segreto.

29/05/17

incarico statale

Non trovi alcuna risposta se non conosci la domanda.
Se la guerra è contro la realtà nel suo insieme, esistenza implica autodistruzione.
Questa è la radice della schizofrenia.
Che però, secondo qualcuno, potrebbe anche finire per liberare.
E anche allora: che razza di liberazione, quella che separa il cervello dal resto del corpo.

Perché poi combattere la realtà?
All'inizio per paura.
Poi perché l'esaltazione di poterlo fare.
Ci pensi? Combattere la realtà.
Tutta intera.

Che buffo, l'essere umano visto da qui.
Ci si può permettere di provare una certa tenerezza, persino.
Ti incontro per strada e mi sforzo di non muovere i muscoli della faccia
Di non gridare un fragoroso "buon giorno!"
L'unico modo per non spaventarti è fingere di avere anche io paura di te
Oppure è un perverso gioco, in cui a turno ci usiamo false premure?

Non c'è modo, vero?
Certi aggeggi sono ausili allo sviluppo di patologie funzionali
Impara a vivere nel mondo
Impara a non stare bene mai più.
Poi, quando dirai che tutto è a posto
Saprò che hai dimenticato completamente la domanda.

E allora, da capo.

Certi errori sono tanto antichi da non poter essere chiamati errori.
Allora li chiamiamo maledizioni
e li tramandiamo
fino ad espiarli.

02/05/17

Un esempio e alcune considerazioni filosofiche

La cosa bella dell'essere molto gentili con amici ed estranei è che quando qualcuno ti sta sul cazzo basta non fare nulla, e gli altri lo capiscono uguale.

Avrete certo notato che i salamelecchi insinceri sono tipici di quegli ambienti in cui un attacco diretto ha un costo sociale altissimo. In genere, i posti più civili (accademia, salotto alto borghese, gay comunity, circoli del cucito, corte signorile rinascimentale) sono quelli che regolano al rialzo le interazioni comuni, e regolano i contrasti in trasparenza. 
I posti in cui si danno spesso conflitti espliciti (esercito, banda di adolescenti, collettivo politico, luogo di lavoro) sono invece quelli in cui un'amicizia può nascere e svilupparsi in silenzio. Nell'uno e nell'altro ambito il linguaggio ha economia differente: significa "pace e concordia" nel primo caso, "presa di posizione" nel secondo, e ciò a prescindere dal "che cosa" viene detto. Una espressione di lode, in un contesto in cui le lodi rimangono inespresse, conta già come critica. E viceversa.

Ciò genera infiniti fraintendimenti: chi appartiene al primo tipo troverà barbarica l'esplicita litigiosità del secondo, e non vedrà la silenziosa intesa che la sottende. Chi appartiene al secondo, troverà falsa la pletora di complimenti del primo e assente il coraggio del confronto diretto. Tutto ciò per dire che un silenzio sta in rapporto organico con le parole che lo circondano, e a volte obbedisce a logiche affatto eterogenee. I fraintendimenti non sono mai casuali: essi denunciano l'adesione a precisi repertori comunicativi, e sono dunque per se sempre leggibili ad un livello più alto.

Di per se, niente ha significato, se non sullo sfondo di qualcos'altro,  o a partire da un tappeto d'invarianza. La domanda "che cos'è normale" non ha una risposta definitiva, ma non esiste un messaggio interpretabile a prescindere da una risposta qualunque. Ecco perché in assenza di una normalità globale è necessario stabilire piccole normalità locali. A loro volta, il giudizio relativo a tali normalità locali sarà rimandato di un livello, eccetera.
Una posizione pragmatica riguardo al linguaggio suggerirà di interpretare le forme linguistiche come atteggiamenti umani, forme di vita coevolutesi con le situazioni concrete che abitano:
nel nostro caso, il costo sociale del conflitto, o dell'espressione aperta di ammirazione.

In definitiva: il modo in cui parlo dice la verità su di me, più di quanto io pensi. E più parlo, più le linee fondamentali vengono a galla. Una pura banalità, a dire il vero, ma che rivela il fondamentale rovesciamento nel modo in cui parliamo dell'inconscio:
ciò di cui non sono cosciente è più fuori che dentro. Così il mio naso è in piena evidenza, ma solo per il mio interlocutore, così ciò che faccio sempre, la mia norma comportamentale, mi è trasparente quanto è leggibile per altri.


Per questo motivo, non vi è reale empatia - comprensione dei rapporti comunicativi che si instaurano con gli altri - senza la capacità di interpretare la realtà secondo molteplici linee di demarcazione figura-sfondo. Il taglio può essere effettuato in molti modi, e ognuno ha a sua volta senso in relazione alla forma di vita.
Di questa capacità non si può rendere conto compiutamente dentro il linguaggio: tutt'al più si potrebbe farlo in un metalinguaggio sufficientemente complesso. A quello in teoria servirebbe la filosofia.

Chi non fosse in grado di eseguire tale esercizio - o fosse in grado di eseguirlo "entro certi limiti" - porrebbe gli stessi limiti alla propria capacità di comprendere l'altrui prospettiva, e di conseguenza l'altrui forma di vita.

Dichiarare che un linguaggio non ha senso corrisponde a dire, più o meno coscientemente, che la corrispondente forma di vita è incompatibile con la propria e va distrutta.

Non esiste il linguaggio senza vita, e probabilmente viceversa.
L'esistenza di vita non umana implica l'esistenza di linguaggio non umano.
L'esistenza di linguaggio non umano implica l'esistenza di vita non umana.

L'aspirazione della filosofia è trascendere il linguaggio, dunque la vita e l'umano.

05/03/17

Il Kung Fu della discussione

Buonasera amici

Oggi offro una ricetta quasi infallibile, un misto di fallacie logiche e scivolamenti retorici che offre anche ai meno acuti la possibilità di umiliare e soprattutto innervosire gli altri.
Il motivo per cui lo faccio è ovviamente nobile: spero che possiate riconoscere questa tattica in voi stessi e negli altri, ed evitare che essa intrappoli le vostre migliori energie. Una volta che essa sia in azione ciò è inevitabile, sia che vi troviate da un lato o dall'altro della conversazione.
Siamo infatti parlati dal nostro linguaggio, e ogni trappola che vi disponiamo è in primo luogo una trappola nella quale cadiamo. Non vi è ciarlatano che non sia un illuso, non vi è provocatore che non sia un ingenuo, non vi è dittatore che non sia schiavo. Per questo quasi ogni religione conosciuta, e ogni essere umano che abbia vissuto abbastanza a lungo da conoscere la conseguenza dei propri errori, raccomanda di non mentire.

A prescindere da ciò, tuttavia, la strategia che quì descriverò è diversa dal mentire. Essa nasconde una menzogna, o meglio una vaghezza, in strati della discussione ai quali essa stessa rende impossibile accedere, e in ciò sta la sua sottigliezza e la sua perniciosità.
Colui che la padroneggia e la impiega, diviene difficile, quasi impossibile da affrontare in un dibattito o discorso. Ciò può dare l'impressione a chi osserva o ascolta che egli abbia effettivamente "vinto" una discussione. Tale idea, che si possa vincere o perdere una discussione, è di per se risibile, ma pienamente in linea con le perversioni ideologiche della nostra epoca. A chi "vince" viene attribuita la ragione. Egli tuttavia non potrà servirsene per convincere nessuno, o per comunicare realmente alcunché: ha già infatti distrutto la solidarietà necessaria alla comunicazione, e imbrogliato le acque al punto che i concetti introdotti non potranno essere utili ad alcunché di costruttivo. Dunque è una tattica che elude e ingabbia il pensiero, proprio ed altrui, e viene usata adeguatamente e con profitto solo da conservatori e reazionari, o da chi ha profitto che su un certo argomento non si pensi (falsi mistici, truffatori e così via).

Questa tattica fa uso del fatto che gli esseri umani, sotto pressione, ricorrono spesso a schemi binari. Ciò può essere ricondotto al fatto che una scelta per essere rapida va semplificata al massimo, come nel caso di "combattere o fuggire". Ciò si conserva sul piano delle discussioni: spesso ci troviamo in una prima fase di una discussione a stabilire una dualità di posizioni, e poi argomentare a favore dell'una o dell'altra. Raramente, più tardi in una discussione, emerge una terza opzione. Spesso, invece, ciò succede nelle conversazioni più favorevoli e rilassate.
Ciò accade perché in una discussione, quando l'ego è implicato, esso è spesso confuso con l'idea o l'insieme di idee che si difendono (questo è anche alla base dell'illusione di poter "vincere" o "perdere" una discussione. Ci si riesce, appunto, trasformando la discussione da discussione-di a discussione-fra. L'aspetto pragmatico del rapporto di forza fra gli interlocutori oscura quello del senso, e lo impoverisce drammaticamente).

CONTESTO

Osserviamo ora una situazione:
A e B sono impegnati in una discussione. Ciò è accaduto perché alcune parole o azioni di A sono apparse censurabili a B, che dunque formula una critica.
Formulare una critica è in se un atto caritatevole: significa portare sul piano del linguaggio una tensione reale. Ogni critica implica la possibilità di operare una trasformazione a partire dalla sensibilità di A ad argomenti razionali. Ad alcuni, che vi sia una sensibilità degli umani agli argomenti razionali sembra ovvio: certi argomenti non sono "stringenti"? Eppure la razionalità non è un dato, ma un costrutto, e come tale ha soglie di rottura e margini di variazione (come ad esempio, quando variano grandemente i concetti di partenza o la logica impiegata. Su questo non ci dilungheremo).
A non ha voglia, tempo o energie di rispondere alle critiche. Forse perché parte da presupposti non condivisi e indifendibili (ad esempio, è razzista), o perché usa una logica differente (ad esempio, ragiona a partire da una religione rivelata). In ogni caso, A non trarrebbe alcun vantaggio dal discutere la sua posizione: ne rivelerebbe i presupposti o l'irrazionalità.
Piuttosto, sceglie di rovesciare il piano della discussione.
Farlo è semplice.

SITUAZIONE

Immaginiamo che B abbia accusato A di essere fascista. A non deve assolutamente concedere o negare. Facendolo, di fatto stabilirebbe un asse con due posizioni definite: negando sarebbe "A è fascista"/"A non è fascista". Dovrebbe cioè difendere questa posizione con mezzi razionali.
Egli tuttavia non vuole nemmeno tacere: ciò corrisponderebbe ad un'ammissione agli occhi di tutti, e costituirebbe nella sua logica una "sconfitta". Né vuole ammettere e difendere la sua posizione: gli toccherebbe spostare il discorso su "Il fascismo è talvolta accettabile"/"Il fascismo è radicalmente inaccettabile". Nessuno di questi assi gli assicura un vantaggio.

TECNICA

Piuttosto, A guadagna molto dallo scegliere un'altra categoria che B considera negativa o deleteria, e assimilare l'accusa che gli viene rivolta ad essa.
Ad esempio: "Accusare gli altri di fascismo è una mossa tipicamente borghese".
E' molto importante che sia un'accusa non esplicitamente rivolta a B, ma al suo muovere la prima accusa. E' molto importante che sia un'accusa che B non può lasciar passare senza controbattere in base al suo amor proprio. NON IMPORTA che sia un'accusa ridicola o inesatta, quanto che sia qualcosa che B crede, o considera plausibile. NON IMPORTA che A consideri "essere borghese" una cosa negativa, finché lo fa B.
Si verifica così un controargomento ad hominem mascherato. B non è stato direttamente accusato, ma accusato in quanto accusatore. In più, B accusando ha già implicitamente affermato la sua credibilità, e quindi è più vulnerabile alle messe in discussione di questa. Controbattere a questa contro-accusa incastra B nel compito di motivare che "accusare gli altri di fascismo NON è una mossa ESCLUSIVAMENTE borghese".

Il doppio vantaggio è che:

1) La complessità del discorso di B dovrà crescere, infatti si tratta di questione ben più complessa: A può usare questa complessità e la conseguente verbosità di B per dichiarare che B "si sta arrampicando sugli specchi". C'è anche la possibilità che soprattutto se il medium della discussione è telematico o televisivo, una spiegazione lunga o complessa annoi o disturbi il pubblico, che non la segue. (mandare l'avversario oltre la soglia di complessità è una tattica fondamentale del dibattito su internet o televisivo. Per questo gli idioti vincono sempre: loro sono già accordati all'attention span dell'uditorio perché è il loro stesso attention span.)

2) A deve fare leva sul fatto che "accusare gli altri di fascismo è una mossa tipicamente borghese" COME SE FOSSE LA NEGAZIONE dell'affermazione di cui sopra. Siccome non si procede da una definizione di borghesia precisa (è importante che il secondo concetto sia vago, almeno ai fini della conversazione di cui parliamo) il confine è labile e in una conversazione accesa è difficilissimo stabilirlo. Ogni tentativo di definizione più precisa verrà definito da B "svicolare" o "cavillare". Ogni definizione più precisa verrà in ogni caso respinta.

RISULTATO

Il risultato è che se prima B accusava A, ora B si sta difendendo da un'accusa che A non ha formulato, ma solo suggerito indirettamente.
A può rinforzare la sua posizione dicendo ad esempio che "non c'è niente di male ad essere borghesi, basta riconoscerlo". Rendendo così manifesta che si tratta da parte di B di excusatio non petita.
Aggiungendo magari che "un fascista questo non lo direbbe mai" si difende dalla prima accusa senza aver dovuto argomentare alcunché.
La sua posizione di forza gli offre molteplici possibilità di imbrogliare le carte.
B in effetti, dal dibattere con A, sta di fatto lottando con l'impossibilità di salvare capra e cavoli, ovvero è indeciso fra accusare e difendersi. Lasciar andare i fascisti per non essere borghesi? Attaccare i fascisti al costo di essere borghesi? Se B arriva a chiederselo, non riuscirà a fare nessuna delle due cose efficacemente. Se cerca di negare l'alternativa, perde di vista l'argomento, egli a questo punto critica una correlazione fra una critica e una determinata posizione e il pubblico, com'è naturale, non capisce più né il come né il perché.

CONCLUSIONE

La migliore strategia per A a questo punto è fingere di essere dalla parte del "confuso" B, evitare in ogni modo di attaccarlo direttamente, facendo mostra plateale di un atteggiamento condiscendente (cosa che può farlo arrabbiare, con esiti ancora più favorevoli, oppure suscitare da parte sua una correlativa dolcezza, che contraddice la sua accusa originaria). La cosa migliore da fare, è tirare in ballo a questo punto affetto e amicizia, offrire un ramo d'ulivo. Con qualche fortuna, B avrà temporaneamente scordato di essere lui ad accusare. L'accusa viene istantaneamente prescritta. Vittoria.

ANALISI

Insomma: A deve usare qualcosa che B crede (spesso i democratici borghesi accusano gli altri di fascismo a sproposito) contro di lui. Una metonimia inosservata rende simmetrica una relazione asimmetrica: la proposizione di cui sopra va usata dunque come "accusare gli altri di fascismo = essere borghesi". Chiarire questo equivoco, anche se B lo coglie, richiede una certa elaborazione logica, che come abbiamo detto diventa impossibile data l'economia binaria che la discussione, vieppiù accesa, impone.
A questo scopo, si raccomanda che A incalzi, non lasci tempo, faccia passare ogni elaborazione ulteriore come inutile sofisma, dichiarando invece di "parlare chiaro".

ESEMPI

Questa tattica è stata usata con profitto dalla destra italiana berlusconiana, dalla sinistra renziana, etc.
Alcune delle leve usate (in forma brutalmente schematica. Una volta appreso il trucco se ne potrà riconoscere il funzionamento a ripetizione).

B: Difendete il profitto a discapito delle persone (lavoro, welfare, etc...) A:  Disprezzare il profitto è tipicamente comunista. (tanto più acuta, da parte dei berlusconiani, in quanto il comunismo era punto debole di una sinistra disunita. Ogni risposta possibile degli avversari ne spacca il fronte)

B: State affossando la credibilità del partito/ preparando la strada alla destra etc... A: fare previsioni catastrofiche è da gufi e rosiconi sfigati

Di recente, i più brillanti interpreti di questa tattica sono stati:

Milo Yiannopoulos negli USA
es: Milo dice cosa razzista, folla lo contesta, Milo: contestare e non permettere la parola è fascista. (notare che Milo non esprime un parere sul fascismo. ciò che conta è che questo sia considerato brutto da chi lo contesta, o dai possibili supporter dei contestatori)

Diego Fusaro in italia.
Es: Chi propaganda la teoria gender è filocapitalista. (notare che qui la cosa è più subdola: fa perno sul sillogismo fallace: "il capitalismo distrugge la società" "la teoria gender distrugge la società" ergo "la teoria gender è filocapitalista". Ad essere errati sono SIA il sillogismo in se, che non funziona, sia la seconda premessa. Difficilissimo è affrontarli entrambi insieme).

CasaPound in italia.
Es: CP dice cosa fascista, viene accusata di fascismo, CP: chi non permette l'espressione delle idee è fascista.

Eccetera. Eccetera. Eccetera.

NOTE CONCLUSIVE

Chi utilizza questa tattica spesso o rozzamente si scredita, e spesso finisce per screditarsi anche chi la usa raramente e in maniera abile.
Essa tuttavia è facile da usare e permette a un interlocutore meno abile di sopraffare uno più abile: è anzi più facile che un interlocutore intelligente e razionale cada nella trappola più facilmente di uno meno valido. Infatti quest'ultimo tenderà a fidarsi dei propri mezzi, e rispondere in maniera esaustiva e complessa - e dunque fallimentare! - alla sollecitazione, e tenderà a difendersi dall'accusa implicita - che egli non può non vedere - e a difendere la sua coerenza, specialmente se rappresenta per lui un valore.
Dunque è utile per permettere a una torma di persona poco valide - che in fondo non temono di screditarsi con il pubblico intelligente, finché tengono buono quello meno intelligente e più numeroso, e ottengono meriti con un capo - di contrastare efficacemente anche una intellighenzia preparata, finché essa tenta di essere esaustiva, coerente, autorevole e in buona fede.

Sono trucchi del genere, a parere di chi scrive, a rendere quasi irrilevante ai fini della persuasività l'intelligenza e la preparazione di chi parla, ad esempio, in TV.

Il modo di contrastare tali trucchi, molto semplice e molto difficile, tanto quanto la trappola è facile e complessa, è parlare sempre con chi ascolta.
Un trucco del genere che abbiamo descritto, indica la malafede: occorre riconoscerlo e non continuare a sperare nella possibilità di un dialogo, dal momento che esso non può avvenire se non fra interlocutori collaborativi. Dunque, laddove ciò avvenga, continuare a parlare SOLO con il pubblico, se c'è, spiegando le motivazioni della prima critica senza lasciarsi distrarre. E' nella natura del trucco che non funziona se non ci si casca. Non cascateci. Mai. Formulate accuse razionali e mostratene la razionalità. Più un'accusa è vaga, meglio può essere piegata. Più è complessa, meglio può essere fraintesa. Siate conseguenti e sintetici. Rimanete sulla prima accusa, non scivolate sulla seconda.
Nonostante tutto, non interrompete il dibattito. Soprattutto, non terminate mandando affanculo l'avversario. Lo merita, ma se lo fate ha vinto. Continuate a dimostrare il punto ancora e ancora fino a quando diventa nervoso. Fategli sentire che la razionalità umana non è un vostro diletto narcisistico ma una conquista collettiva che non si può disprezzare. Impeditegli di prendere in giro un auditorio e dimenticate l'ego. Non rispondete alle provocazioni ma non datela MAI vinta. E non cercate MAI di vincere. A un certo punto il vostro interlocutore vi offrirà la vittoria, o delle lusinghe ("certo, questo discorsone supera in molto la mia intelligenza...") in questo caso, non accettate di "avere vinto". Rispiegate tutto da capo, invece.
Questo è l'unico modo di procedere dignitoso, ma l'ho visto succedere al massimo due volte.