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17/06/17

Note sulla posizione del filosofo proletario

Avvertenza: in questa riflessione il termine "proletario" è usato per indicare colui che aliena la sua forza lavoro in cambio di un salario. Se il termine ti suscita brividi di disprezzo, lo sbuffo che si riserva ai ragionamenti fuori tempo, o significa molto più di quanto ho detto nella tua mitologia personale, forse sarebbe utile smettere di leggere adesso.
 
Scrivo in questa occasione a beneficio dei molti dottorandi in materie filosofiche (da non restringere indebitamente alla sola filosofia) che ho incontrato nel corso dell'ultimo anno e mezzo fra convegni e summer school, e in generale per gli assegnisti o quelli a contratto. 
Si tratta del tentativo di indagare da una prospettiva di classe la peculiare condizione dell’intellettuale contemporaneo non come deprecabile contingenza, ma come posizione strategica particolarmente sfavorevole dalla quale pensare, e nella quale esistere, e dunque interpretando la questione del come ciò sia ancora possibile.
 
Il dato di partenza, innegabile (anche se sarebbe un forte impulso negarlo) è quello del disorientamento, della confusione. Non uno di voi, di noi, sa bene cosa lo attende. Vi sono speranze e aspirazioni mal combinate, vi sono forti motivi interiori e pessime prospettive lavorative. Come evitare che collidano?

Cari amici, lo so che vi sentite confusi. E' normale. Siete proletari (quasi degli stagionali) che fanno un lavoro tradizionalmente borghese se non addirittura aristocratico, quello delle idee. Va ricordato a tal proposito che:
 
1) Ce lo fanno fare, e ci insegnano a farlo. questo lavoro delle idee, solo da quando è ormai tacitamente deciso che le idee sono obsolete rispetto alle immagini che si muovono, e soprattutto rispetto ai numeri.
 
2) gli effetti della divaricazione che si produce fra l'immagine-di-se aristocratica o quantomeno borghese e la condizione proletaria di vita sono molteplici, e possono plasmare la tua vita. 
 
Fra i più comuni:
 
- Il recupero di nozioni che definiscono la posizione paradossale o rivoluzionaria di un' aristocrazia proletaria (ad es. militanza comunista o subculturale)
 
-La celebrazione liturgica di uno stato di cose passato, e della figura di intellettuali morti che occupavano nella realtà la posizione che noi occupiamo solo nella nostra testa, nell'illusione di poter parlare, quantomeno come chiosatori, dal loro pulpito (che è crollato da tempo)
 
-L'odio per la gente, e la spocchia che ne è il corollario, che ci distanzia almeno emotivamente dai proletari che ci circondano.
 
-L'odio per le classi egemoni che occupano il posto che secondo noi sarebbe degli intellettuali come speciale settore aristocratico o quantomeno borghese, senza venire dal nostro cursus honorum: opinionisti, blogger, maestri di pensiero di varia provenienza. Non si tratta di un odio che si può mettere in campo, dell'animosità fra due avversari che si fronteggiano. E' l'odio degli abitanti di un paesino di passaggio obbligato che si ritrova bypassato da una vasta autostrada ricca di centri commerciali. Una condizione spirituale miserevole che avrei voglia di chiamare "nichilismo logistico".
 
Queste formazioni stanno come sempre fra il sintomo e il palliativo, ma non costituiscono una soluzione o una possibile traiettoria fuori dall'empasse. Sono utili ad inquadrare il problema, nella sua struttura di doppio vincolo stritolante, ma possono solo sottolinearlo. 
Non ci interessa in questa sede l’aspetto della sofferenza psicologica, ma l’impossibilità che sta alla sua base: ovvero la frizione fra un modo di pensare il proprio posto nel mondo estranea all’orizzonte del proletariato e della condizione proletaria. 
Si potrebbe anche dire: la frizione fra il bisogno di pensare il proprio posto nel mondo e la forma di vita del proletariato, la cui caratteristica cardine è l’alienazione, e quindi nasce nel momento in cui il proprio posto nel mondo è accettato perché si possa vivere, e metterlo in discussione significa metterlo a rischio.
 
Il problema centrale a questo riguardo riguarda l'individuo: il soggetto che pensa. Finché saremo convinti che sia il soggetto a pensare, l'individuo sarà chiamato in causa. 
Ma l'individuo non è una categoria del proletariato: il proletario in quanto venditore della propria forza lavoro, si riduce ad essa, come quantità misurabile e intercambiabile. ("Sai quanti ne trovo, per fare il tuo lavoro") Di contro, il filosofo, nella nostra mitologia, appare insostituibile. 
Del filosofo, dopo la sua scomparsa, non resta il mero lavoro, solidificato in generazioni di anonimo sudore - come quello che ha costruito la Salaria, o eretto le piramidi, o riempito le nostre città di macchina. Del filosofo resta il nome, quintessenza del soggetto, associato ad una serie di idee, prese di posizione, ragionamenti e opinioni che ne esprimono la libera attività intellettuale. 
La rinuncia alla libertà, nell’ottica della costruzione di un metodo collettivo, ad esempio, trasforma spesso un filosofo in qualcos’altro. 
 Già Schopenhauer se la rideva delle accademie per questa natura di domesticazione del pensiero, sulla base del fatto che esso ha senso e motivo solo là dove resta libero delle pastoie.
 
La funzione del filosofo sembra dipendere da una certo statuto autonomo e alieno, che gli permette di interrogare l'ordine sociale in quanto tale in forza di una soggettività slegata. Se ne ritrovano i simulacri e gli altarini nel "cogito". Il filosofo è colui che ha la forza di slegarsi da tutti i preconcetti, i pregiudizi e le convenzioni che gli impediscono di considerare un problema da capo e radicalmente. Egli non autorizza alcuna argomentazione in base al prestigio sociale che essa ha accumulato, vuole riprenderla in mano "di persona".
Benché possa sembrare obsoleta, è ancora questa immagine pseudomitica che ossessiona chi, attraverso lo studio dei testi, incontra e gioisce della conoscenza di molte figure simili: Spinoza, Bruno, Marx, Cartesio, Platone...
 
Cosa farà dunque il filosofo proletario? Dovrà rassegnarsi ad incarnare un ossimoro? La soluzione più facile, che potrebbe suggerire qualunque umano non coinvolto dal problema, è quella di abbandonare il campo. La filosofia non è morta già troppe volte? Si direbbe una per ogni filosofo. Ce n’è ancora bisogno? La posizione filosofica non è più compatibile con la realtà, non c’è più cicuta da bere, né pritaneo, solo ufficetti e convegnucci e convegnoni e aperitivi e presentazioni di libri nelle quali ci si svaga, ci si innamora, ci si diverte ma solo rarissimamente si ha la sensazione di fare filosofia (e poi, non sarà solo una sensazione, un’autosuggestione?).
Non commenteremo questo facile disfattismo: diciamo chiaramente che in questo caso non vi inviterò a mettervi in salvo dalla filosofia, né in tono sornione, né in tono serio. Questo è il consiglio che danno gran parte dei professori di una certa generazione, e segna fino a che punto il loro attaccamento a un certo stile o forma di vita aristocratica abbia cancellato ogni traccia della loro lealtà alla filosofia come disciplina, o all'istituzione che li mantiene.
Per quanto ci riguarda, facciamo finta che concordiate con me: che si resta con la filosofia fino alla fine, anche quando i padri vanno uccisi e le mitologie rovesciate, non si rinuncerà a pensare, e a pretendere da se stessi le risorse per continuare a farlo. Ma torniamo al nostro discorso.
 
Il filosofo proletario forse cercherà di sfruttare a suo vantaggio una rinnovata linea pubblico-privato: sarà meno individuo mentre si guadagna da vivere - magari attraverso un programma di ricerca ben pesato e misurato, che lo include come "forza lavoro cognitiva" in un corpo di intellettuali direzionabili, che si fanno dettare i problemi dai bandi europei? - e di contro sempre più individuo, sempre più ostentatamente e cinicamente "contro" nella vita privata, nelle espressioni informali, nel pensiero privato, nella militanza politica? (si noti come in questo senso i filosofi usano la militanza politica come autoterapia, e anche come è il fatto relativamente nuovo che la filosofia sia un “lavoro” a motivare tale divisione pubblico-privato. Gli antichi avrebbero messo la filosofia integralmente nell’otium, l’idea del filosofo stipendiato dallo stato avrebbe avuto presso di loro un che di ridicolo.) 
Oppure il filosofo proletario cercherà di decostruire la sua posizione come soggetto critico, facendosi collettore e connettore di un flusso di codice piuttosto che "testa pensante"? A questa seconda linea appartiene chi in Italia e all'estero (e sono tantissimi, più o meno seriamente) si aggrega spontaneamente in gruppi di ricerca, collettivi e nuclei di pensiero disinteressati. 
 
Non sono nuovi salotti, nuove sfilate, nuove avanguardie, nuove carbonerie. Sono il modo normale in cui i filosofi proletarizzari reagiscono adeguandosi alla propria situazione, facendo funzionare l’unico aspetto che essa offre di efficacia: la prospettiva di un lavoro collettivo. L'unica speranza di trasformare la dura lezione della scomparsa degli intellettuali nella ricomparsa dell'intelletto.
 
Nel deserto della realtà, un romantico potrebbe anche scorgere la soglia di un cambiamento attraverso il quale i filosofi saranno finalmente all'altezza di sviluppare un pensiero che non gli appartiene, dal quale non riscuotono dividendi, ma che scuote dal fondo il torbido intruglio dell'incultura generalizzata e del marketing politico/istituzionale.
 
A patto che non gli salti in testa di fare carriera, ecco. I proletari non fanno mai carriera.

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