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26/09/18

Sull'eterno ritorno dello Zen

OHM!

La psicanalisi è una malattia pericolosa, addormenta le tendenze anti-realtà dell'uomo e fa della borghesia un sistema

o anche, ed è lo stesso

L'Estrema verità non esiste. La dialettica è un meccanismo divertente che ci porta in maniera banale verso le opinioni che avremmo avuto comunque.

KA!

nessuno ha inventato il trucco eppure il trucco esiste
nessuno ha scoperto il trucco eppure ognuno lo conosce

Se tutto nasce nella mente, tutto muore nella mente

Mi sembra ovvio che DADA non sia movimento politico, né artistico, né avanguardia. DADA è la terza scuola dello Zen, dal momento che esso si manifesta ovunque sia necessario.
Mi sembra ovvio, per questo non solleverò la mia voce per dirlo
e toccherò il suolo con la fronte, nella speranza e nella gioia.

Per cosa preghi? Le labbra e il cuore sono tutt'uno
eri più saggio a sette anni
torna lì

trenta colpi se taci, trenta colpi se parli
il dolore è ovunque
il trucco è noto

Il doppio vincolo non è una trappola
il doppio vincolo non è una fuga
Lo zen non è sedere in pace nella casa che brucia
né spegnere il fuoco.


31/08/18

Note per una Psicoanalisi del Risveglio


Gli infiniti aggregati mentali e fisici, che sono? Nuvole che vanno e vengono senza lasciare traccia.
E i tre peccati dell'attaccamento, dell'avversione e dell'invidia, bolle vuote che appaiono e scompaiono sulla superficie del mare.

Yongjia Xuanjue

Il risultato di quanto abbiamo detto corrisponde a qualcosa che, in un certo senso, era ben noto fin dall'inizio della psicoanalisi ed è stato, nel suo coso, implicitamente adoperato anche se non chiaramente formulato: dietro ogni individuo o relazione - percepita o data in un certo modo e in un dato momento - il sè "vede" una serie infinita di individui; tutti questi soddisfano la stessa funzione proposizionale (che può essere complessa, composta cioè da diverse asserzioni) alla cui luce l'individuo o la relazione in questione viene percepita, vista o vissuta in questo momento. Se l'attenzione dell'osservatore resta concentrata sul primo livello, quello della coscienza, allora egli sarà solo cosciente dell'individuo concreto; se si lascia permeare dai livelli sottostanti, questa infinità si dispiegherà davanti a lui, sebbene in modo inconscio. Ad abbracciare questa serie infinita vi è una sola unità: la classe o insieme. Questo a sua volta è vissuto come unità.

I.M.Blanco

La mente in se stessa, originariamente pura, è come lo spazio.
Finché continuate a cercarla con strumenti concettuali,
siete come quegli insetti che si coprono con la propria bava.
Immersi nelle vostre ossessioni, voltate le spalle a ciò che è davvero significativo
Quanto sarete stanchi, voi uditori, di rifiutare tutto!

Jigmé Lingpa

30/08/18

"Thirty's the new twenty, dead is the new thirty": Some Old Kids Blues

Sono passati anni, dall'ultima volta che ho visto il vecchio Louis.
Una eternità e mezzo, a pensarci bene: non sono sicuro che lo riconoscerei, incontrandolo. Eppure, una volta, eravamo così uniti da trascurare le superfici epidermiche di separazione.
Il mio inconscio inspirava, il suo espirava. Mi dibattevo nelle sue trappole, lui faceva regolarmente esplodere le mie. Come una valvola di sfogo, ecco. Come una regola ignota, da seguire senza esitazione, pena la decadenza e la morte.
Non lo vedo da un pezzo, il vecchio Louis. Non significa che io me ne sia liberato.
Non abito più lì, in quella casa lurida con la cantina piena di vecchie carte. Non mi sveglio più nella notte, sorpreso dalle sue urla belluine. Non mi avventuro più nelle sue stanze, solo per ritrovarlo impegnato a studiare una gigantografia aerea della steppa africana.
Impossibile tenergli dietro: geniale, forse, ma più probabilmente totalmente schizzato. Una fuga perenne, forse, che prendeva tuttavia l'aspetto fantasmatico di una ricerca ininterrotta. Scavarsi le viscere - strapparsi il cuore: la stessa cosa.
"Non puoi capire, mio caro Difaul" diceva. "Non puoi capire, mio dolce Legba, la quantità industriale di Merda che ho dovuto ingoiare. Non puoi capire le prove, mio favorito fra gli esseri. Non puoi capire la tragedia, la catastrofe, lo schifo. Sette volte sette le volte che ho giurato di togliermi questa mia fragile, tortuosa vita, di strappare la vista ai miei occhi, di abbandonare le mani all'immobilità perenne. Tutte e tre le ferite iniziatiche ho sofferto. Ho trafitto me stesso! Io stesso! Deliberatamente, e poi per obbligo, e poi per penitenza. Ho pagato il prezzo di ogni verità iniziatica E ANCORA VAFFANCULO NIENTE! NIENTE DI NIENTE!".
Era terribile, in realtà. Socchiudeva quei suoi occhi vitrei, e li riempiva di lagrimosa emozione, tenerezza, persino amore. Li spalancava, ed ecco che una spaventosa lurida paura mi assaliva. Temevo per la mia vita, per la mia anima... temevo con ogni fibra, temevo il totale annientamento.
Si autocommiserava. Imprecava. Crollava esanime. Ingollava droghe. Correva in giro, poi tornava, e in perfetta solitudine cominciava a spiegare al tavolo della cucina la differenza fra un doppio vincolo dalle conseguenze psichiatriche e la procedura lemuriana per l'estrazione dell'Intensità Senza Misura dalla densa tessitura del pensiero simbolico. Nessuna.
Oh, Louis. Non lo vedo da anni, ormai. Prima di andarmene, presi le sue carte, tutte, dalla cantina buia e lurida, temendo che l'umidità e l'oblio le distruggessero. Le infilai in una scatola di cartone, e me ne andai. Lui non c'era, era andato senza salutare, poco dopo quella cosa dello schiaffo. Non gli ero rimasto dietro, no. Aveva qualche strano piano, qualcosa a che fare con l'Enantiodromo, un complotto... prima che sparisse, aveva cominciato a comportarsi stranamente anche per i suoi standard.
Aveva corteggiato spesso la psicosi, ecco, ma mai l'avevo visto camuffarsi, spiare dietro gli angoli, maturare uno strato di paranoia tanto consistente. Gente peculiare veniva ad ore improbabili di notte. Li sentivo discutere, animatamente, prendere accordi, rimproverarsi leggerezze. Una voce era rauca, come di vecchio asmatico. Un'altra acuta ed acidissima. Una donna? Un adolescente? Non avrei saputo dire. Mi riaddormentavo, ogni volta, a fatica, un po' felice e un po' deluso di non essere stato coinvolto.
Alla fine, sparì. Lo aspettai per qualche mese, fino a quando mi resi conto che restavo, in fatti, solo per aspettarlo, senza che lui me lo avesse chiesto, senza alcun obbligo, senza speranze legittime o pretese. Me ne accorsi, alla fine, e me ne andai. Mi portai le cose di Louis, un po' per vendetta, un po' perché non ce l'avrei fatta a staccarmi del tutto. Presi una scatola di cartone, e ci infilai un mucchio disordinato di carte, alcune stampate, altre piene di disegni tracciati a penna. Alcune erano coperte di disegni, opere d'arte, mappe, stampate in cattiva qualità, in bianco e nero, e coperte di fitte annotazioni, quasi tutti acronimi che non riuscivo a capire. Probabilmente, la testa bacata di Louis era l'unico cifrario di quel caos. La carta sarebbe rimasta muta, senza di lui.
Alla fine, me ne dimenticai - Non significa che me ne sia liberato. Un po' di carta, una scatola che di tanto in tanto mi ricapitava fra i piedi. Chissà che fine aveva fatto. Alcuni amici, di tanto in tanto, chiedevano. Più raramente, qualcuno faceva ipotesi. Si era unito alle bande armate di Puech, al nord? Sparato nello spazio, oppure era caduto nella spirale del suo nomadismo urbano, sempre più rancoroso e torbido, attraverso una serie senza fine di appartamenti affollati, luridi squat, pseudo-amicizie solubili in un bicchiere o in una dose...
Smisi di pensarci, e basta. Un'alzata di spalle. "Ciao, Old Louis. Ti amavo, sai?" dissi una notte, prima di addormentarmi, e appena oltre la soglia del sonno mi trovai a guardare fuori da una finestra, ed ero assai in alto, in cima ad una torre di solido granito, ai margini del deserto. E qualcosa, lontano, bruciava. Qualcosa, laggiù, moriva.

29/08/18

Fuori dai coglioni, compagna Goldmann.





Cronstadt rifiuta darrendersi. Alle parole seguono immediatamente i fatti. L'incrociatore Petropavlovsk, alla rada del porto, alza la bandiera della rivolta. "Questo è tradimento" tuona la Pravda da Mosca. Apparentemente Lenin non sembra voglia dare molta importanza alla cosa. In realtà, egli si rende perfettamente conto dell'impasse rivoluzionaria, dalla quale non c'è che un mezzo per uscire: andare a Cronstadt con le armi e, se necessario, raderla al suolo. [...]
7 marzo 1921: di fronte alla base sono ammassate ingenti forze: in prima linea quattro divisioni cekiste, armate di tutto punto, sostenute da un battagione speciale di riserva; ai lati, altre unità: guardie di frontiera, la flottiglia navale, gli stessi delegati al X Congresso Panrussi, fucile in spalla e inquadrati, marceranno anche loro. Due anarchici nordamericani, tali Goldmann e Berckmann, si offrono come intermediari: vorrebbero evitare il massacro. Vengono invitati a non immischiarsi nella faccenda: Cronstadt era un affare interno della Russia. Disperato appello di Cronstadt a tutti i rivoluzionari del mondo: "Noi di Cronstadt, in mezzo al rombo dei cannoni e allo scoppio delle granate laciate contro di noi dai nemici del popolo lavoratore, mandiamo un fraterno saluto a voi... vi mandiamo un saluto dalla rossa Cronstadt insorta dal regno della libertà..." E conclude: "Qui, a Cronstadt, è stata messa la pietra angolare della terza rivoluzione, che spezzerà le ultime catene della classe operaia e aprirà una nuova strada verso il socialismo."
[...]  Non è ancora l'alba e già la battagia divampa. Le batterie di Cronstadt tirano all'impazzata. La fortezza è presa d'assalto. Ciò che avviene dentro è senza testimonianze. Nessuno uscirà vivo per raccontare al mondo ciò che fu di Cronstadt.

(Max Polo, storia delle polizie segrete in U.R.S.S.)



La paura che gli uomini credono limitata al dato pericolo, ed è invece il terrore di fronte all'infinità oscura di chi in un dato caso si esperimenti impotente: poiché è portato fuori dalla sua potenza. L'infinito tempo dell'impotenza è qui manifesto a ognuno: gli uomini muoiono di paura, o, se non muoiono, in 5 minuti invecchiano di decenni; e la distruzione della persona è manifesta in ciè che la paura le toglie affatto ogni potenza [...] per cui essa non fa neppur ciò che potrebbe fare - o fa il contrario: per non poter sopportare il pericolo gli uomini si gettano a certa morte, come le galline folli di terrore pel passaggio d'una bicicletta, dal sicuro orlo della via piombano nel mezzo, starnazzano disperatamente davanti alla ruota e si fanno schiacciare.

C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica


Quegli uomini del quotidiano dell'anima che, a sera, non sembrano vincitori sul carro di trionfo ma muli stanchi sui quali la vita ha usato troppo spesso la sua forza. Che cosa ne saprebbero, quegli uomini, di "atmosfere più elevate" se non esistessero strumenti che producono ebbrezza e frustate ideali! E così, come hanno il vino, hanno anche chi li entusiasma. Ma che me ne importa delle loro bevande e delle loro ebbrezze! Che se ne fa l'entusiasta del vino! Guarda semmai alquanto nauseato a mezzi e mediatori che debbono qui generare un effetto senza avere una causa sufficiente, una scimmiottatura dei flutti dell'animo elevato! - Come? Si fa dono alla talpa di ali e idee superbe - prima che vada a dormire, che strisci nella sua caverna

F. Nietzsche, Gaia Scienza.

I am here and you are here and we are all together

 INIZIO


"Al tempo in cui Mi-en-leh organizzò la sua Lega era molto difficile andar d’accordo con lui. Egli insisteva moltissimo sulla disciplina. Il suo maestro Le-peh gli disse: Se ti allei solo con quei pochi che sono disposti a sottomettertisi, non potrai mai portare alla vittoria i fabbri di aratri. I fabbri di aratri devono unirsi ad altri combattenti, perché da soli sono troppo deboli. Mi-en-leh rispose: Proprio perché i fabbri di aratri hanno bisogno di alleati devono osservare una disciplina molto severa. Se si vogliono stringere alleanze occorre essere molto uniti, essendo una delle parti contraenti, altrimenti si arriva ad una fusione.
Particolarmente violenta fu la reazione dei lavoratori della testa contro la disciplina nella Lega di Mi-en-leh. Mi-en-leh disse: Essere liberi significa per voi partecipare al dominio. Partecipare al dominio significa per voi dominare. E il vostro dominio lo chiamate dominio del pensiero. Per dominare siete disposti ad andare con gli affamati, perché qui si combatte per il dominio. Ma gli affamati vogliono il dominio per non aver fame, quindi vogliono un dominio del tutto particolare, che consiste nell’infrangere il dominio di coloro che cagionano la fame. Gli affamati non hanno nulla in contrario ad essere dominati, se questo dominio elimina la fame, in quanto accresce la combattività degli affamati. Essi non tengono in conto alcuno la vostra troppo libera libertà."
Dal Me-Ti, Libro delle Svolte


"Dove si arresta l’azione? Alla cornice? No, il margine non ha più alcuna importanza. Il problema non sta più nella definizione del punto terminale di una forma. Fare questa domanda significa già cadere nell’astrazione, nell’artificio. La vera questione a questo punto è: fin dove termina un’azione? Ogni cosa ha un margine? [...] Vi faccio un esempio semplicissimo: state camminando dentro una macchia fitta fitta. Avete paura. Man mano che la foresta si dirada, la luce aumenta. Ne siete ben contenti! Ad un tratto, arrivate ad una radura. Esclamate: “Finalmente! Eccomi arrivato al margine del bosco”. Il margine del bosco è un limite. Che significa l’espressione: “la foresta si definisce rispetto ai suoi margini”? Quale limite definiscono i margini? La particolare forma che ha ogni foresta? No, bensì l’azione della foresta, la potenza che è in grado di esprimere: non avendo più la possibilità di mettere radici e di espandersi, la foresta si dirada. Questo margine di potenza non può avere le caratteristiche di una
cornice perché non potrà mai esistere un punto preciso, un confine definitivo, in cui la foresta finisce. Il margine della foresta tende verso un limite. Il limite non è altro che la tendenza ad esaurirsi nel limite stesso. Al limite-cornice si oppone dunque un limite dinamico. Le cose non avrebbero altri limiti oltre quelli stabiliti dalla portata delle loro azioni possibili, o della potenza che possono espri-
mere. Le cose sono potenze, non forme. Il margine della foresta non ne designa più un perimetro, ma l’espressione di una determinata potenza, la sua capacità di espandersi sino ad un culmine, di allargarsi fin dove è in grado di giungere. La sola cosa che mi dovrò chiedere pensando ad una foresta è: qual è la sua potenza? Fino a dove è in grado di arrivare, di estendersi?



"Il male sta nel povero ragazzo che sei. Tanto peggio per te se lo sai. Il cielo è tutto quanto non si tocca mentre più lo desideri. Ma tu non sai pregare. Non sai desiderare, né toccare. Vedi tutto e non puoi mutare niente. Ti piacerebbe venire con me? Non ti lasciano passare. È già tanto se mi tollerano. Ci resisto per meriti trascorsi. Ti ci vorrebbe intorno una barbarie, fortune che non capitano più!”

FINE

12/07/18

The Human Innards Of The Flying Saucer

Il controllo FS tace. Nessun blip, blop, glitch o altra stranezza percorre il quadrante. Il rumore bianco di pianeti lontani, filtrato dal gigantesco Apparato Riproduzione ed Analisi di Base, si diffondeva nell'aria consumata dello spazio abitabile all'interno del Sistema Uno.
Dal momento che non c'è abbastanza spazio per stare sdraiati, sdraiati davvero, dico, con le braccia allungate e le gambe divaricate, e la schiena dritta, e il collo esteso, Luis se ne sta nella più prossima posizione di riposo disponibile, stendicchiato sull'imbottitura interna della struttura rotante semisferica che gli serve da letto, da sedia, da poltrona.

La gente normale - pensa - dorme.
Si mettono giù, obbediscono ad una gravità imponente, centrale, e dormono, cedono il peso alla terra e lasciano che il sistema nervoso centrale si sganci.
Che pensiero assurdo.
Da tempo, ormai, Luis non sogna più. Non consapevolmente, almeno.
Lo spazio, il tempo: sempre lo stesso luogo, niente bagno, niente cucina, niente biblioteca, niente camera da letto. Le luci, le piccole luci fisse, sui quadranti del sistema ARAB, piantate come fari nel suo proprio inconscio.
Da tempo, ormai, Luis non è certo di essere mai completamente sveglio. Niente alba, niente tramonto. Niente pranzo, niente cena.

Non fa bene, questo, pensò. Chissà, quanto tempo è passato.
La mente-scimmia, quella roba che un tempo aveva lottato per la propria coerenza interna nel marasma evolutivo della foresta archetipica, lottava ancora per mantenere una qualche forma di indipendenza.
Da tempo, tuttavia, la battaglia è persa. La semplice, omogenea permanenza della simbiosi con il Sistema Uno la indebolisce lentamente, inesorabilmente.
Il problema, pensa Luis, è la pelle.
La pelle dovrebbe essere il limite. Omeostasi dentro, variazione fuori.
Ma la pelle del Sistema Uno è acciaio supertemprato, capace di tagliare i campi cosmici, e l'omeostasi interna è quasi perfetta. Temperatura, nutrimento. Il sistema digerente, collegato a quello del Sistema Uno in un circuito chiuso, autoreplicato. Le scorte, sempre identiche a se stesse.
Né fame né sonno.
Né alba né tramonto.

La psicologia del viaggio spaziale è simile a quella del profondo. Il vero rischio, è che l'essere umano sprofondi, transustanziato in una strana nuova bestia, incapace di riconoscere il limite fra l'animale preistorico e il dispositivo.
Che cos'è la fame? Si chiede all'improvviso Luis. Porta sullo stomaco la mano, scarna, ossa rose dalla gravità ridotta, pelle maculata dalla mancanza di sole, dalla circolazione rallentata.
Si sorprende della propria leggerezza, di nuovo: è dimagrito? Perché?
Non pensava da tempo al cibo. Tasta il piccolo tubo che gli infila le razioni M direttamente nello stomaco. poi segue il percorso dell'esofago: dovrebbe essersi completamente chiuso a questo punto. Da quanto tempo non deglutisce?

Alza gli occhi. Il cielo è d'alabastro. Il sole, lontanissimo, blu-radioso. Era un sogno, quello? Che strano. Il Sistema-Uno, agganciato al suo sistema limbico, avrebbe dovuto distruggere completamente la sua capacità di sognare.
Eppure: quello doveva essere un sogno. Cosa ancora più strana: Luis se ne rendeva perfettamente conto.
Abbassò gli occhi - ma lo stava facendo davvero? - e contemplò la pianura. La quantità di spazio gli fece subito venire le vertigini. Si possono avere le vertigini, in un sogno? La pianura, ricoperta di vegetazione bassa, di un colore biondo pallidissimo, era ampia e lunga, e al termine disegnava un confine netto e pulito con il cielo. Si intravedevano appena, più in là, ombre che avrebbero potuto essere quelle di una catena montuosa, persa nella rifrazione dell'atmosfera.
Forse, pensa, laggiù qualcuno è vivo.
Forse un essere umano!

Sveglia. Sveglia. Qualcosa trilla, scuote, qualcosa fischia, qualcosa pulsa, nello Spazio-uno. Sveglia.
Luis non dorme più. L'atmosfera. La pianura. Riesce ancora, per un attimo, a trattenere la sensazione del vento contro la pelle. A trattenere l'immagine di una montagna, lontanissima, ombra azzurra contro azzurro.
Esplorazione, ecco. Luis è un Esploratore, dicono.
Ma non ha spazio, non ha tempo, non ha corpo.
Ingoiato. Ingoiato vivo, e digerito, piano piano.
Imploratore, corpo-macchina, spazio nullo. Solo silenzio e morte fuori dalla pelle del Sistema-uno.
E ora? Qualcosa trilla, scuote. Un battito, un tonfo.
Suoni alieni, forse. Gli strumenti di controllo emettono gemiti. ARAB sputa stringhe alfanumeriche su tutti i monitor, e poi immagini: una sagoma scura, ovoidale.
Arrembaggio? Incontro ravvicinato?
Chissà se si ricorda come si fa a provare paura, o dolore...
Poi se lo ricorda.
Il sistema ARAB segue la procedure di emergenza, e gli spegne il flusso di antidepressivi-antidolorifici-antipsicotici regolamentari. Il Gancio Limbico si ritrae dal sistema centrale. L'essere di nuovo umano, urla di dolore, angoscia e panico.
Qualcosa preme contro la pelle del Sistema-Uno. Qualcosa. Inconcepibile orrore, qualcosa che arriva da FUORI, angoscia della penetrazione, della ferita. E poi rabbia, desiderio di annientamento. Cerca il comparto delle Armi. Il Sistema-uno risponde alle sue direttive emotive, le asseconda, lo riempie di Anfe sintetica da guerra.
"Siamo venuti a salvarti"
Non li sente, no. Figure bozzute, spesse, avvolte in involucri ermetici. Movimenti goffi. Alieni. Penetrazione. Morte.
Prova ad urlare: dalla gola ormai secca esce un rantolo appena, le corde vocali non vibrano a dovere. Dalla pistola, tuttavia, parte un unico proiettile, appena prima che il rinculo gli spezzi il braccio in due punti. Attraversa l'aria consumata, l'involucro, la pelle, il cranio.
"Siamo venuti a salvarti".
Che significa?
L'umano trema. Aiuto, aiuto. Il sistema digerente vorrebbe vomitare, torcersi, se non fosse chiuso, ormai obsoleto.
Il sistema controllo emotivo corregge automaticamente la deviazione dei parametri. Sedativi vari, i muscoli si rilassano, si fanno molli. Il dolore al braccio scompare.
La pianura è immensa. E forse sulle montagne, laggiù, qualcuno è vivo.




11/07/18

"I'll hit it so fast that their eyes water"



Presi negli ingranaggi di una insolita Storia, andavamo avanti un po' a tentoni.
Secondo Luis, la colpa era tutta del solito Governo, e in seconda battuta della Gente che avrebbe votato il Suddetto. La sua disperazione era teterrima e rancorosa. La faccia, accartocciata inorno a quell'unico, profondissimo taglio verticale alla base del naso, dove le sopracciglia si premevano insieme.
Secondo il Secco, non c'era da prendersela tanto: le cose sarebbero cambiate, e in fondo cambiavano sempre. Un po' di merda, si sa, piove, ma non per sempre, mai per sempre. Sarebbe bastato aspettare che ciò che non riuscivamo a controllare si mettesse a posto da se, e nel frattempo sopravvivere, non farsi il sangue amaro, o il fegato grosso.
Il Biondo, forse, era quello che se la passava peggio di tutti. Di noi, era forse il più astuto, e di certo il più resistente, e forse proprio questi erano i difetti peggiori. Come amava ripetere, si era fatto da solo, aveva scavato a furia di denti e unghie uno spazio nel mondo che avesse la forma della sua vita, e ne era fiero. Eppure, eccolo, rinchiuso in un attico ingombro e puzzolente, un altro abusivo fra abusivi, costretto ad ascoltare le inutili e lunghissime litanie di recriminazioni di Luis, a respirare di seconda mano il fumo che si sollevava in dense volute dalle canne di pessima qualità del Secco.
E allora? L'eroismo del biondo non poteva permettergli scorciatoie: nel suo sguardo lugubre si leggeva la forma più onesta e acre di violenza, il circuito chiuso della crudeltà. Il biondo non si sentiva tradito, né sfortunato. Il Biondo si sentiva addosso la puzza del fallimento, e passava i giorni e le ore a ripercorrere i propri passi, a chiedersi dove, come, avesse sbagliato qualcosa, dove tutto fosse andato storto.
Col tempo, la situazione si sarebbe guastata, lo sapevo: se a suo modo il Secco galleggiava, e si perdeva volentieri nella deriva dell'immaginazione, e Luis invece articolava di sempre maggiori dettagli la gabbia della propria paranoia, mai sfogata in azioni particolari, il Biondo mi preoccupava decisamente di più. Lo vedevo girare a vite, infilarsi nel buco del proprio inconscio, e scavare, e scavare, e chissà quando - mi chiedevo - la gravità lo avrebbe acchiappato così fortemente da non permettergli di uscirne mai più.
Un vero peccato, pensai. E poi mi sembrò di essere diventato appena appena più leggero, mentre spegnevo la sigaretta nel posacenere sul davanzare, e gettavo un'ultimo sguardo all'orizzonte urbano, distesa di volumi incongrui ed enormi distese vuote, inabitabili, favo di celle monofamiliari, ognuna carica di testimoni della Meravigliosa Ultima Epoca della specie Umana.
Chissà, forse sarebbe stato meglio per loro, abbandonare ogni speranza, ogni peso. Decidere di abbandonarsi alla natura-buddha, alla realizzazione della Vacuità Completa. Forse. Ma a che scopo? Una forma di ironia ancora più sublime li avrebbe giocati, nel mondo in cui l'apocalisse dell'Umano non aveva bisogno di passare per il fondo cosmico della coscienza, ma piuttosto per l'accelerazione inarrestabile dei rapporti di produzione.
Niente, baby. La bomba atomica, come diceva quel filosofastro schiumante, è l'ultimo Maestro Zen, eppure allo stesso tempo è la fine dello Zen.
E io? Non mi ero sforzato più di tanto, fra reazioni e razionalizzazioni. Di base, forse ero un po' simile al Secco, al suo taoismo immediato. Prima, certo, avevo coltivato ambizioni, prima di capire. Avevo sognato di emergere dalla melma dell'Umanità Comune, di espandere in onde concentriche la mia influenza galvanizzante sul Mondo Circostante, eccetera. E mentre pensavo queste cose, seguendo il filo sgranato dei pensieri lungo le formazioni psichiche sedimentate ed erose nel corso degli Anni Duri, accesi un'altra sigaretta, senza accorgermene quasi, la mano destra che percorre da sola la serie automatica dei movimenti, inavvertiti. La fiamma mi colse quasi di sorpresa. Sollevai gli occhi, mettendo per la prima volta a fuoco la stanza in penombra, malinconicamente riempita di scialbe sagome dalla luce opaca del tardo pomeriggio nell'atmosfera torbida della metropoli.
Ai margini dell'aggettivazione, stava il Biondo, con un coltello.

"Io", disse, "M'ammazzo".