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24/07/14

Vuoto

Chi di voi avesse provato a trovare un pattern nei post di questo blog avrà forse notato che in generale ci si attiene ad un copione che, per quanto soggetto a variazioni, rimane abbastanza stabile: Partendo da una curiosità, un fenomeno, un elemento di realtà preso a pretesto, si procede a pensarne più a fondo del necessario le caratteristiche e le implicazioni, con la pretesa di ricavarne qualche verità più profonda sulla realtà. E' inutile che vi dica che il tavolo è truccato, l'alchimia non funziona e quelle che alla fine vengono in chiaro nel discorso sono opinioni, le mie, che il discorso stesso presupponeva. Ma non è forse vero, almeno in parte, di tutti i discorsi?



"E' vuoto! Sotto le parole non c'è nulla! E' tutta retorica!": quante volte avete sentito/letto questa affermazione, nelle sue varie forme?
In un mondo ossessionato dallo slogan, dalla frase che cattura, dal ritornello che ipnotizza, anche l'antica difesa filosofica del senso delle parole deve ridursi a formula. La difesa del pensiero (i contenuti! I progetti! I programmi! Le idee!) dalla retorica deve adattarsi ai modi della retorica. La forma e le conseguenze di questo scacco meriterebbero un analisi a parte, soprattutto nel discorso politico.

I'm on it
 Quello che vorrei sostenere oggi tuttavia è che essa è sempre falsa, anche quando è argomentata magistralmente (ad esempio, individuando e sbugiardando una dopo l'altra le menzogne di un discorso ufficiale). Quando le parole non significano nulla (sono volutamente ambigue, tautologiche, contraddittorie, palesemente false) rimane, a significare qualcosa, il fatto che esse sono state enunciate. E l'enunciazione è tanto più significativa quanto meno le parole significano.

Das ist unsinnig!


Parole chiare, meditate a fondo, piene di significato umano, parole capaci di ferire o guarire, non hanno bisogno di un motivo per essere pronunciate. Esse valgono la pena in quasi tutte le occasioni. Ripeterle, come pappagalli od epigoni, può essere fuori luogo, ma quasi mai è fuori luogo la loro prima enunciazione. Le parole che non significano nulla, invece, significano qualcos'altro. La vaghezza, la falsità, l'insensatezza che dimostrano indica che il significato che manca loro va cercato da qualche altra parte. Ma dove? Potremmo rispondere a questa domanda con una breve lista. Le parole prive di senso

1) Significano che non c'è modo di evitare di dire qualcosa, ma che a dire qualcosa di preciso e significativo non si guadagna gran che

2) Significano che si parla da una posizione discorsiva che non ammette repliche, o critiche

3) Significano che in fondo quella parte dell'uditorio capace di capire la differenza non conta gran che agli scopi della comunicazione

4) Significano che lo scopo dell'emissione di fiato e parole non ha niente a che fare con il loro significato.

Ora, queste quattro possibilità, si trovano spesso intrecciate, sovrapposte l'una all'altra (soprattutto la 1, che è un caso particolare della 4), ma coprono una parte consistente dei discorsi insensati in circolo. In ognuno di questi casi l'obiezione di insensatezza risulta in qualche modo mal posta. Nei casi (1) e (4), il significato è al più opzionale, e l'obiezione risulta quindi marginale. Nel caso (2) essa è materialmente impossibile (o irrilevante). Nel caso (3) risulta inutile: se sei in grado di individuare l'inghippo, non eri comunque parte del target designato.

Target designato

A questo punto, di solito, elaborerei il discorso: le molte applicazioni di questa rozza teoria variano dal concetto di Swag alla tattica politica di Renzi, dal marketing alle foto di gattini. Tuttavia, essendo fine luglio, vi/mi risparmierò. Per il momento.

Passate una buona estate, e che Avalokitesvara vi protegga dalla realtà e dal sogno americano.

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