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11/11/14

Teoria pratica

Esistono infiniti modi di sapere qualcosa. Se si volesse compiere una ricognizione delle serie ordinate di riflessi e stati interni implicate dal conoscere, dal ricordarsi, dall'immaginare essa risulterebbe probabilmente in un catalogo infinitamente infinito.



E' dunque perfettamente comprensibile che di tanto in tanto l'essere umano si stanchi di stendere cataloghi, e si soffermi a pensare che in fondo il suo "dentro", inteso come misura comprendente la coscienza e l'inconscio, eccede per la quantità e la qualità dei contenuti attualmente o virtualmente possibili la ricchezza stessa del modello, che potrebbe essere dunque lo spirito a creare la realtà, e che il vincolo tenue fra la vita interiore e la "realtà esterna" non è che un pretesto, una narrativa consolatoria.



Il senso nel quale oggi si intende, innanzitutto e perlopiù, l'esercizio di formazione di una coscienza non segue tuttavia questa linea introflessa di indagine della memoria e del se, esercizio di concentrazione e decentramento che abitua al vuoto dei riferimenti e all'oscillazione fra istanze virtuali e scenari possibili.
Piuttosto, lo sforzo del farsi riguarda una attività che, se procede dalla coscienza, deve però farsi valere nella realtà. Il potere della coscienza non è un fantasma psicologico che procede dall'esplorazione dell'interiorità, ma il parametro perché si possa dire che essa esiste. Benché la società contemporanea possa senz'altro affermare di macinare più immagini e più ricordi, più dati e più realtà di ogni altra società nella storia, essa non si fida più di ciò che manipola, né della propria capacità di ricostruire l'ordine narrativo. Tali materiali hanno perso la capacità di ordinarsi da se secondo un senso complessivo mentre noi perdevamo l'abilità di sopportarne la confusione. La loro ricchezza non serve a sorprendere la coscienza: l'uomo contemporaneo non ha mai provato lo stupore di un parigino all'esposizione universale. La tecnica, che inscrive la sua fisionomia nel contesto e scompare, passando sotto la traccia dell'osservazione degli eventi, dando vita a storie sepolte e collaterali dell'attività umana, è sopravvissuta all'esaltazione positivista, alle simbolizzazioni di guerra e terrore, all'attribuzione di valore politico. Essa ha gradualmente seppellito i linguaggi dei quali all'inizio si era nutrita, e quelli che le stavano appesi in forma parassitaria, ed aspira a tradursi da se.



Qual'è la forma contemporanea di un tale sforzo? Quali ne sono le strategie? Quali le empasse? Una teoria del senso nell'età contemporanea assomiglia allo sforzo futile dell'agrimensore su un campo di battaglia: come a proposito del nesso mobile e pericolante (nonché pericoloso) fra cultura e creatività, siamo di fronte ai poli di una tensione che non si risolve in equilibrio, ed è destinata a divorare sia chi la ignora scientemente, sia chi si illude di conoscerla e costruisce il campo dei suoi esercizi teoretici su una crepa. Tuttavia, ciò non costituisce un problema esplicito per chi si assume il compito non di comprendere la realtà complessa, ma di gestirne la complessità.



Come può la tecnica tradursi da se? E in che cosa dovrebbe poi tradursi? E possiamo ancora chiamare l'operazione che vogliamo designare una traduzione? Tali questioni nascondono l'insicurezza di chi voglia applicare un sapere ermeneutico all'uso che si fa oggi dei codici. "La comprensione non ci interessa", è l'affermazione sottintesa ad ogni analisi contemporanea: abbiamo padroneggiato la formazione del senso nella mente, sappiamo cos'è un frame ed una prospettiva, sappiamo presentare una realtà (vale a dire costituirla, non fornirne una rappresentazione che rimanda ad un originale esterno capace sempre di tornare a metterla in discussione). Dunque il problema della comprensione semplicemente non si pone, o si pone al contrario: voglio sapere che cosa riesco a farti capire, nel senso specifico che comprende le possibilità e le restrizioni operative che l'esposizione ad una serie significante produce, sia le modalità per rendere tale spettro controllabile ed univoco. Il maestro zen (e alcune specie di filosofi) potevano accontentarsi di indicare la porta, lasciando all'allievo la decisione e l'atto di attraversare la soglia. L'intellettuale contemporaneo deve esercitare un potere ben maggiore: portare l'audience fino a dentro il supermercato e mettergli in mano il fustino di ammorbidente. Suscitare la reazione desiderata. In questo senso la traduzione della tecnica in realtà assume la forma dell'iscrizione di desideri e tabù sulla carne, e impone allo stesso tempo la padronanza e la distanza "professionale" dai materiali che si maneggiano.



Eppure, al di sotto della sicumera delle tecniche della comunicazione (che sarebbe meglio chiamare tecniche del significato) si muove una inquietudine che raddoppia e moltiplica quella del filosofo (o ermeneuta) spiazzato. La potenza ed il controllo non ammontano ad una rappresentazione. A scapito della tecnica e del suo andamento procedurale, una serie di eventualità vanno tenute in conto: i mutamenti e gli eventi, le intensità mobili del reale si riprendono talvolta la loro infantile rivincita frustrando i tentativi di controllo. A questi insuccessi, la moderna tecnica del linguaggio non può opporre la consapevolezza della complessità, dal momento che è stata portata a negarla retoricamente proprio nell'atto fondativo in cui ha iniziato il suo discorso. Là, diremmo noi, si aprono crepe.



Proprio la nostra metafora-cardine ci descrive quindi "come va a finire" ogni contraddizione che apra buchi nella cultura - e forse si potrebbe addirittura parlare di semiosfera, non fosse che azioni ed eventi vengono a farne parte. Inizialmente, la tensione di uno sforzo sostenuto da un potere (una istituzione o disciplina che giustifica la trasformazione del reale) apre discontinuità ed incoerenze rispetto a quelle silenziose continuità di pratiche e significazioni che sostenevano l'intelligibilità reciproca e collettiva dei comportamenti umani. In un secondo momento, tali segni e pratiche vengono inghiottite dal vuoto che si è così aperto. In tal modo si perde di solidità e solidarietà (psichica, sociale, politica), ma si apre una "direzione ulteriore": mancando al suo posto, il linguaggio tecnicizzato (appropriato da una ratio eterogenea) apre di fatto la possibilità e lo spazio di una riorganizzazione profonda. Ciò che si deposita sul fondo fermenta, piuttosto che crescere, e a volte imputridisce. Un terzo stadio, ancora da verificarsi, è quello nel quale l'accumulazione di una realtà che non è mai stata concretamente negata, ma solo rimossa dalle trasformazioni del regime di discorso, escluso dalla struttura secondo la quale esso si ripartisce, riemerge alla superficie sviluppando una energia tellurica tale da scompaginare una volta per tutte le disposizioni di senso invalse.



La questione è dunque duplice: da un lato il linguaggio che è organo umano - e in quanto tale rivendica uno statuto che si oppone nettamente a quello dello "strumento", secondo una retorica che è onnipresente sia in ambito mediatico che accademico. Dall'altro il linguaggio che rimanda organicamente ad altro, una volta trasformato in oggetto proprio di una tecnica, è idealmente amputato dalle connessioni necessarie che intrattiene con il "resto" dell'umano (a sua volta, ogni ambito di tale resto è oggetto di una tecnica specifica). Il termine "idealmente" ha tuttavia una rilevanza decisiva: in concreto, la sintomatologia del presente si arricchisce di giorno in giorno di disagi che non sono solo effetto di parametri economici concreti, ma anche di gravi scompensi della capacità di soggettivazione individuale e collettiva.

3 commenti:

  1. A sto giro ci hai beccato di brutto. Quella tra la semplificazione della realtà secondo modelli padroneggiabili (da cui, giustamente sottolinei, non si può tornare indietro: la complessità è stata negata) e le energie sotterranee che la fanno muovere è una tensione in grado di aprire crepe immense.

    Potresti sviluppare di più la questione del farsi da cui il discorso si avvia ma che poi rimane in sordina, che solleva l'enorme problema della costruzione dell'identità nell'epoca del dominio della tecnica, proprio dal momento in cui al crescere della capacità di manipolazione "non ci si fida più di ciò che si manipola". Proprio lì sta la tensione tra linguaggio-organo e linguaggio-strumento. Questa doppia possibilità non è però illusoria? Si può davvero contrapporre al linguaggio-strumento un modello organico di linguaggio umano? Non è far ricadere retoricamente la fondazione di quell'identità nell'identità stessa, ad un livello fondamentale che non è - o non è più, oggi, attingibile? Non si tratta forse piuttosto di cercare di intravedere un altro tipo di linguaggio-strumento che sia strumento del sé e per il sé?

    Inoltre: è ancora possibile una soggettivazione collettiva, o appunto, tutto lo sforzo possibile di fondazione non può che rivolgersi al sé, in una situazione in cui il livelo del fondamentale non è del tutto assente, ma ci si sta muovendo verso la sua assenza, e in entrambi i casi la freccia del tempo non sarebbe invertibile?

    Sono questioni abbastanza inavvicinabili, ho scritto di getto e forse non ho neppure capito completamente il senso di quello che hai scritto. Ma anche tu sembri ballare di crepa in crepa, magari sono spunti utili per iniziare a divaricarne qualcuna, meno geologia e più ginecologia per chiudere in leggerezza.

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  2. E forse, un linguaggio per il sé potrebbe parlare solo in negativo. Così
    1) non si darebbe solo l'alternativa di stare ad attendere una fase del terremoto in cui le forze messe in tensione liberano la propria energia sulle strutture che gli sono state imposte. Anche perché questo presuppone -almeno, secondo quello che sento- un ulteriore passaggio: un salto mistico, un atto di fede. Che potrebbe sottostimare il potenziale di adattabilità che le sovrastrutture ben fatte (che hanno imparato ad essere elastiche, come dimostra ladimesione che sono oggi in grado di raggiungere: il ponte sullo stretto di messina è fattibile e non grazie ai mattoni, ma ai cavi d'acciaio).

    2) Sarebbe un linguaggio legittimato ad opporsi alla positività del linguaggio come modello tecnico non come sua antitesi ma come polo opposto, instaurando con esso una tensione che non sia sintetizzabile. Si sa a dove porta la dialettica, viene dominata da chi domina nella situazione iniziale.

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  3. Grazie dei commenti. Sono d'accordo con le osservazioni, e con la necessità di articolare analisi particolari dettagliate del "farsi" e delle polarità interne al linguaggio. Non capisco come mai ipotizzi un linguaggio "solo in negativo", quando poi riconosci il pericolo di situarsi all'antitesi: secondo me ti sei risposto da solo, dal momento che un polo ulteriore del linguaggio va riconosciuto come quella positività che può essere rimossa, e dunque riemergere. Quanto al salto di fede: hai ragione. E hai ragione anche sul fatto che è un salto un po' sghembo, che prova a mantenere una distanza critica-teoretica mentre pretende di gettarsi "nell'evento", attendendolo e prevedendolo. Però questo genere di malafede è il segno di chi scrive per sublimare, ovvero: vorrebbe urlare, oppure far volare il pavé, eccetera e invece scrive. Sulle strutture "ben fatte", prossimamente Crepe se ne occuperà. In attesa, ti giro la domanda: come si aprono crepe nella flessibilità?

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