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15/06/15

confessione

C'è una cosa che vorrei dire, forse un po' troppo sincera, ma tant'è. Se fosse il 1500 me ne andrei in piazza ad urlarla, o nel posto di una qualche azione collettiva, ritualizzata, di quelle che facevano la vita di una città (il mercato? La fonte, con le lavandaie intorno? La casa del popolo? La chiesa?) - ora, come si sa, le città tendono ad essere animali morti, purulenti, corpi cavernosi invasi di larve che sciamano in modo parassitario da dentro a fuori, da fuori a dentro. Giungla, Campo di battaglia. Impermeabile al senso.
Non mi resta dunque che scriverla qui. Compensazione povera e miserella: gettare in un crepaccio ciò che si vorrebbe esporre allo sguardo di tutti. Nascondere ciò che si ha da mostrare: la sostanza dell'ipocrisia e dell'esoterismo, da cui non può venire che male.

Egoismo: sottrarsi allo scandalo che si porta dentro, istituendo una distanza fra il pubblico e il privato, rivendicando (?!) il diritto a pensare ciò che si vuole, e a scriverlo, come se il pensare e lo scrivere fossero affari individuali, azioni che invece di dispiegare un campo di interazione lo chiudono, un guscio di concetti sull'ego, neutralizzazione masturbatoria. La pratica del pensare ciò che si vuole è pericolosa e mortifera: io penso solo e sempre ciò che devo. E quando fallisco nel fare ciò - e fallisco spesso - penso e dico ciò che non posso non dire. Non mi prendo mai la responsabilità (?!) delle mie azioni, dal momento che esse stesso sono sempre risposta, e al tempo stesso interlocuzione. L'atomizzazione della rete di rimandi che ne fa la sostanza è di per se un crimine, e solo un crimine fa il criminale, e dunque l'uomo.

Ed ecco che forse siamo più vicini a quella cosa che vorrei dire, che vorrei dire forte, come se ancora ci fosse una comunità ad ascoltarmi, il senso di esseri umani raccolti sotto un destino comune, e non la polvere di esistenze individuali tenute insieme da vaga simpatia, calcolo di interesse...
vale la pena, essere sinceri? Forse, ancora vale la pena.
In guardia, tuttavia, contro il pericolo di pensarlo come concetto primitivo, questo della sincerità. Come se vi fosse un centro lucido dell'individuo, dal quale il pensiero, la parola sgorga verso l'esterno senza disturbi nè interruzioni. Come se si potesse essere "fedeli a se stessi".
Una persona è piuttosto un fascio di desideri proiettati sulla sfera ineffabile della virtualità. Una potenza da realizzare. Eccolo, l'unico dovere, l'unica regola.

E quello che io ho da dire è: ho fallito.
Devo dirlo, devo dirlo forte e ad alta voce, perché solo il fallimento insegna, e solo attraverso esso posso dire: io so. Mentre da ogni parte il mondo è rovesciato, ed è colui che non ha fallito ad avere voce, io devo dire di me stesso: ho fallito.
Potevo fare e non ho fatto. Potevo essere e non sono.
In guardia! Non chiederti di chi è la colpa, non chiedermelo. La colpa può essere calcolata (né si darebbe il concetto, senza la possibilità di un calcolo) ma il calcolo non risponde ad alcuna esigenza vera: ti solleva solo dal pensiero che anche tu potresti fallire. Ti assolve dalla natura collettiva, complessiva, organica, sistemica del fallimento.

Il mio fallimento si chiama: potere, società, ordine. Ogni individuo deve fallire costantemente, se si vuole che una società giri in modo ordinato. Più siamo, più dobbiamo fallire. E' essenziale. L'energia risultante dei nostri tentativi frenetici è ciò che tiene in ordine e in movimento la realtà che abitiamo.
Ma questo, di certo, non ti interessa. A me per primo non interessa (più). (Di chi è la colpa?)

Essenziale è ritrovarci, al di quà del nostro fallimento, e guardandoci negli occhi decidere cosa fare della polvere di aspirazioni infantili che abbiamo grattugiato contro la superficie scabra della realtà.

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