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08/02/15

Io e Te


Ci sono un sacco di cose che mi confondono, della realtà contemporanea. Non è per forza una brutta cosa: in fondo chi non è confuso non presta attenzione alle cose che lo circondano, come ha detto di recente il Dottor Who e un po' prima Aristotele.

Un altro grande cervello un po' meno conosciuto dei due sopracitati, Enzo Melandri, usava invece dire che il pensiero - e la parola - sono sintomi di un malfunzionamento. Vale a dire: se qualcosa affiora alla coscienza, è perché gli innumerevoli strati di elaborazione pre e sub-coscienti non si rivelano in grado di gestirla, e lo stesso vale nella gestione dei rapporti fra i vari strati della coscienza e del funzionamento umano. (Un esempio: quando nella vita di un piccolo paese qualcosa eccede la normale amministrazione diventa necessario convocare un ulteriore livello di gestione extra-ordinaria, ad esempio una decisione politica dall'alto).

L'apparire di un pensiero è per se sintomo di qualcosa. Il fatto che sembri arrivare dal nulla (mi è venuta un'idea) va considerato solo il segnale di un attraversamento di soglia. E' ovvio che se la soglia è quella della consapevolezza, ciò che arriva di qua sembra arrivare dal nulla. E' quindi ovvio che chiedersi da dove arrivano determinate intuizioni è futile: è addirittura parte della regola di produzione di tali intuizioni che l'origine non sia davvero rintracciabile.

Ovviamente, i contenuti che per un soggetto sono rimossi o altrimenti estranei alla consapevolezza, possono essere oggetti disponibili alla coscienza di un altro soggetto. Senza questa possibilità non avrebbe senso il lavoro del terapeuta  quello del critico letterario. Non vi sarebbe infatti alcunché da aggiungere alla lettera di un testo, né al nudo evento del comportamento umano. Vale la pena notare alcune immediate conseguenze per la relazione fra gli individui di questa diversa distribuzione di contenuti consapevoli ed inconsapevoli.

1) l'altro dispone a volte di un accesso diretto a componenti che, pur efficaci nel determinare il nostro comportamento, non ci sono direttamente disponibili.

2) a partire da differenti distribuzioni di contenuti consapevoli ed inconsapevoli, è a volte possibile che a volte si verifichi una distribuzione speculare: in tal caso posso chiaramente distinguere i motivi inconsci di un altro, ma non  miei, che invece sono disponibili alla coscienza dell'altro.

3) a partire da differenti distribuzioni di contenuti consapevoli ed inconsapevoli, e dalla ricchezza inesauribile delle combinazioni che essi producono, è possibile che numerose analisi differenti della componente inconsapevole di un comportamento o testo vengano prodotte senza che si possa arrivare a decidere quale sia quella esatta. L'unico modo per ricostruire i rapporti fra diverse analisi è disporle secondo una gradazione intensiva di efficacia o adeguatezza, ma anche tale ricostruzione non è neutrale, e finisce per esprimere una particolare prospettiva (che può avere a sua volta componenti e motivazioni non del tutto consapevoli)

Presumibilmente, a questo punto, siete un po' più confusi anche voi. Quello che tuttavia dovrebbe essere chiaro, se le premesse di questa argomentazione vi sembrano plausibili, è la vuotezza di alcune locuzioni molto comuni, e si direbbe centrali alla costruzione di una ideologia neoliberale. Non si tratta propriamente di discorsi, né di tesi sostenute da qualcuno, ma appunto di locuzioni: con questo termine si intendono indicare forme linguistiche accompagnate da riflessi di pensiero. Strumenti di un dialogo, funzionali sul piano pragmatico - del discorso come serie di azioni - e quindi riguardanti più l'etica e la tecnica del dialogo che il suo statuto logico-filosofico. (è anche da notare che questa distinzione, necessaria all'esistenza di un piano etico-tecnico del discorso è intenibile sul piano logico-filosofico, e quindi, come quella di una "soglia" della coscienza, è asimmetrica: da un lato è necessaria ma invisibile, dall'altro visibile ma enigmatica ed inspiegabile).

Una locuzione esemplare è: "tu cosa ne sai di come mi sento?". Essa si presenta, con le molte varianti sul tema, in situazioni nelle quali l'altro agisce in base a presunzioni sul nostro stato mentale, o sostiene di conoscere il nostro pensiero. Sul piano teorico, non c'è nulla che impedisca all'altro di conoscere meglio di noi i nostri motivi interiori. Egli non sa però cosa si prova. Rivendicare un accesso diretto ed esclusivo al proprio interno significa ribaltare la teoria contemporanea della conoscenza, e risalire alla teoria classica del "simile conosce il simile", che pur scartata nell'orizzonte scientifico, sembra insuperabile (e decisamente economica) nell'orizzonte umano, anzi profondamente imbricata nella nostra costituzione psichica sotto le forme dell'empatia (nella neuroscienza contemporanea un salto in avanti considerevole in tale direzione si è compiuto con lo studio dei neuroni-specchio).

Ecco, dunque, apparire la nostra crepa di oggi: da un lato, sul piano dei contenuti e della loro disposizione su vari livelli riferiti variamente gli uni agli altri, dobbiamo sostenere che gli altri sono per noi un mistero assai meno complesso di quanto essi non siano per se stessi. Se non bastasse a rivelarlo l'iscrizione sul tempio di Delfi, che consigliava come compito massimo ed ultimo di conoscere se stessi, ancora più ovvia è l'esperienza comune di quanto sia più facile consigliare gli altri riguardo a problemi privati e personali che li riguardano che affrontare i nostri in prima persona.
Dall'altro lato, tuttavia, continua a valere la regola secondo la quale ci si capisce meglio non quando si è consapevoli delle stesse cose, ma quando si hanno come presupposti - si danno per scontate - le stesse cose. L'esperienza di chi espatriando realizza improvvisamente quanti riflessi inconsapevoli e abitudini inosservate rendevano coerente e "naturale" la via nel suo ambiente originario - correlato cosciente usuale, questo, della nostalgia - sottolinea come nessuna teoria può rimuovere la necessità di una comprensione reciproca che viene dalla condivisione di ciò che non sappiamo di stare facendo, finché non smette di funzionare (e allora, come dice Melandri, iniziamo a pensarci.)

Una ulteriore riflessione collega la crepa fra il conscio e l'inconscio e quella fra l'empatia e la ripresa consapevole dei contenuti inconsci dell'altro (comportamento che accomuna la psicanalisi, la filosofia, la critica dell'ideologia e l'antropologia, benché tali discipline lo sviluppino su livelli diversi). L'empatia, infatti, stando a quanto abbiamo detto, origina da una sovrapposizione delle componenti inconsce, mentre la riflessione è possibile solo grazie allo sfasamento che ci rende comprensibile l'inconscio dell'altro. I due modi di comprendere qualcuno si escludono a vicenda: vale a dire, non sono possibili contemporaneamente. Conoscere le strutture inconsce dell'altro diventa un ostacolo profondo alla solidarietà con lui, a meno che io non possa occasionalmente (e strumentalmente) dimenticare ciò che so per immedesimarmi.

Tale complementarità può essere ritrovata in innumerevoli occasioni nel comportamento umano, ad esempio istituzionalizzata nel comportamento del terapeuta (che deve essere specialmente consapevole e preparato a gestire il transfert senza perdere la lucidità e la professionalità che lo separa da e gli permette di "studiare" il paziente), oppure come elemento di tragica contraddizione nell'intellettuale di sinistra: preso fra la necessità di capire la congiuntura - e dunque individuarne consapevolmente i presupposti inconsci - e quella di essere continuo ed empatico con il proletariato, finisce per venire considerato fazioso dai colleghi degagé (che possono permettersi il lusso di essere lucidamente anempatici e dunque teoricamente rigorosi) e freddo e distaccato dai proletari (che non si fidano, perché sanno di non condividere fino in fondo con l'intellettuale i moventi dell'azione, sapere inconscio che si rivela alla coscienza come costante timore che l'intellettuale tradisca).

Questi pochi esempi, dunque, mostrano come una considerazione ad un tempo epistemologica e politica capace di trattare allo stesso tempo della rilevanza tecnico-pragmatica e logico-teorica degli atteggiamenti nei confronti dell'altro permette di individuare uno spazio pluridimensionale degli atteggiamenti umani. Abbandonando l'idea che la teoria sia neutrale rispetto ai rapporti (di potere, di affetto et cetera) ci troviamo però a dover risolvere il problema del ruolo che essa svolge nei rapporti fra esseri umani.

La cosa è specialmente urgente nei casi in cui bisogna organizzare lo sforzo di una serie di individui, ognuno coi suoi moventi consapevoli e non, ed accoppiarlo ad una teoria che serva da strumento di lettura del mondo circostante ed insieme da strumento operativo, atto a mobilitare energie e a rendere coerente il lavoro complessivo. Allo stato attuale, sembra che le risorse per una attività del genere siano disponibili, eppure in qualche modo separate e rese inattive dalla costruzione degli ambiti di studio. La situazione è tuttavia contingente: il problema è se un ulteriore stadio di integrazione scientifica e di consapevolezza umana avrà il tempo di svilupparsi prima del collasso del pianeta o dell'estinzione della specie umana, evento ormai dotato di una probabilità non trascurabile nel breve periodo.

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