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20/03/15

simboli e potere: un flusso di coscienza

Avvertenza: questo è un post confuso, poco lucido, e probabilmente c'è un modo più semplice ed elegante di trattare le stesse cose. Potete però leggerlo comunque, se vi piacciono le idee arruffate.



L'altro giorno, con un gruppo di amici eravamo in un bar, e si parlava delle solite cose: il potere, la droga, guerra nucleare, la musica hardcore, il soft power americano, l'estetica sovietica, i limiti di legittimità del genocidio, la droga, l'Islam.



a un certo punto, durante un passaggio in cui si parlava di come fare la rivoluzione (uno dei nostri must) uno di noi, che chiameremo Y, sbotta: "Il punk è morto, le subculture sono defunte, la società dello spettacolo ha vinto. Non ci sono più alternative? Dobbiamo rassegnarci a vivere come individui, in una società di relazioni tiepide e tutte uguali? Dobbiamo davvero avere come orizzonte esistenziale una pagina con il bordino blu?
Tutti annuiscono gravemente, poi un'altra, che chiameremo X ,risponde: "Mica è colpa di Zuckemberg, però. La gente era così anche prima, solo che non si vedeva. E alla fine rispetto agli anni settanta non c'è stato tutto questo declino: all'epoca si pensava di fare la rivoluzione e adesso non si pensa più. In concreto è solo un aumento di consapevolezza che ci ha fatto capire che l'essere umano è sempre stato un animale domestico, e sperare che possa essere qualcosa di diverso da quello che è è ridicolo. Gli tiri un osso e sbava: puro Pavlov, ne più ne meno"
Un altra volta, tutti annuiscono.



Y: Troppo facile così, però. "La gente è una merda, è sempre stata una merda e basta..." come se l'homo sapiens sapiens non si fosse già trasformato innumerevoli volte dall'inizio della storia. Invece io dico che la melma attuale, tutti che sorridono per vendere meglio che si può le proprie potenzialità al migliore offerente perché lui possa sprecarle, invece di realizzarsi, tutto questo è una responsabilità personale di ciascuno. Alla fine il biglietto del concerto del cantante neomelodico, o dell'emocore per prepuberi, o del rappuso criminale che passa in tre frasi da "rivoluzione!" a "vojo fa i sordi" costa sei o dieci volte quanto un capolavoro della letteratura cosiddetta "borghese". Non puoi sputtanare tutto in una motociclettona cromata e in ketamina e poi venire a piangere il declino della civiltà. Studia e combatti, invece.
X: Hai ragione: la società si trasforma. Però si trasforma sempre secondo la linea di minima resistenza. Quando cambiano le condizioni cambia di riflesso la gamma di interazioni possibili. Se nasci alla periferia di Baghdad puoi leggere quanto che ti pare: non ne esci. Il potere non ti obbliga a fare nulla: rende alcune scelte costose, ed altre convenienti. Però se una scelta è costosa, statisticamente la quantità di persone che la realizzano è trascurabile. Per essere terra-terra: quelli della motociclettona e della ketamina possono avere più soldi di te, ma non hanno avuto tempo né stimoli per imparare ad apprezzare Focault. In concreto: come lo guarderesti un camionista che entrasse nella biblioteca del tuo piccolo dipartimento di filosofia? Vuoi dargli la colpa di ciò che è? E' come dare la colpa alla terra durante una frana: poteva non aprirsi.

La discussione continua ancora per un po', scaldandosi fino a che qualcuno ordina ancora da bere, e ben presto riprendiamo a parlare di quanto fanno ridere i cinesi con i risvoltini.
Io, però, la sera non riesco a dormire, e quando infine mi addormento sogno Giancarlo Magalli che, dietro la cattedra di Vicennes parla di buchi neri, poi lancia la pubblicità, e fa spazio a Joe Strummer, che steso su un divano estendibile dice: "Chiamate subito. Per le prime venti telefonate, un set di pentole omaggio".



Svegliandomi ci metto un po' a riprendere la calma, e infine ritorno alla mia solita routine di frenetica nullafacenza. In qualche angolino riposto del cervello tuttavia la conversazione continua a fermentare, il trauma si elabora.
Io e i miei amici non siamo un caso isolato: è pratica comune intorno a tavoli ingombri di bicchieri di birra, amari, pastis o altre bevande alcoliche - in alcuni casi, persino te verde o alla mariujuana - e parlano di problemi. E con il peggiorare della situazione, sembra che la cosa aumenti: forse un'inconscia paura di essere lasciati soli, lasciati indietro ci spinge a premere gli uni sugli altri.
Le conversazioni sono, quasi senza eccezioni, insoddisfacenti, labirintiche, prendono percorsi tortuosi e trovano a fatica un centro di gravità. Per un po' ho pensato: sono solo chiacchiere. Chiacchiere di giovani sfaccendati e abbastanza vanitosi, pura funzione fàtica: stare con gli altri e ribadire la connessione sociale tramite il rito del dire qualcosa e dell'ascoltarsi a vicenda. Un modo per non sentirsi soli, e alla fine che si parli del calcio, del papa o dell'Internazionale Situazionista cambia poco.
Sicuramente c'è del vero, ma non è tutto. La seconda funzione di conversazioni come quella dell'altra sera è sfogarsi, dare la stura alla propria insofferenza in una sorta di seduta generalizzata di autocoscienza. Man mano che la situazione complessiva peggiora la dignità composta dei padri cede e mostra la corda, un circolo di amici stretti diventa il luogo nel quale il dolore normale dell'esistere trova ascolto, accoglimento. Quindi: ci si lamenta e si chiacchiera. Tutto normale, no? Lo si è fatto dall'inizio dei tempi. Eppure c'è qualcosa, un tono leggermente più isterico, un senso diffuso di insoddisfazione. Come se ci sentissimo di troppo, o in imbarazzo per qualche motivo.
E' questo, realizzo, che accomuna le mia immagini oniriche: simboli che servivano ad organizzare un immaginario, persino talvolta ad immaginare una vita trasformata dall'arte, piena di estatica libertà ora scivolano sulla superficie liscia. Per quanto ci sforziamo, non riusciamo più a trovare un posto per i nostri corpi e desideri nella bidimensionale lucidità dello schermo, che cattura l'attenzione ma non consola, e il motivo di ciò ci sfugge.



Una volta, i miei amici erano tutto tranne che confusi. Sapevano in cosa credere, forse lo sapevano fin troppo, avevano un orizzonte simbolico solido ed inossidabile. Sapevano chi era colpevole, e perché avrebbe dovuto pagarla, cosa si sarebbe dovuto fare e come. Ora, quando parliamo dei nostri argomenti soliti, oscilliamo più o meno consapevolmente fra atteggiamenti complementari ed a volte decisamente opposti.
I simboli che determinavano la decifrabilità del mondo, le distinzioni, stanno diventando sempre più difficili da comprendere. Eppure, allo stesso tempo quegli stessi simboli diventano sempre più potenti. La perdita di attrito, la coerenza svanita fra l'immaginario e l'esistenza permette un'esaltazione del movimento. Come per il Go, il gioco inizia esattamente dove finisce la pratica divinatoria.
Forse, come ha detto qualcuno, non si parla ma si è parlati: fatto sta che i miei amici sono parlati da una lingua che non conoscono più, si trovano all'improvviso a non capirsi da se.

Boltanski forse la chiamerebbe la plasticità dello spirito del capitalismo, capace di adattarsi alle critiche inglobandole, qualche situazionista la chiamerebbe la dinamica dello spettacolare diffuso, che sistematicamente ribalta la scena ed intorbida le acque.
A me e voi tuttavia l'evoluzione del capitalismo e le sue forme interessano fino ad un certo punto, e ci interessa invece capire cosa ci succede e come uscirne: contrariamente al credo comune, la prima serie di domande non costituisce una necessaria premessa alla seconda, ed anzi il più delle volte si rivela uno spreco solipsistico di energie preziose, uno spostamento all'esterno che individua altrove il senso di qualcosa che succede qui ed ora, l'individuazione di un terreno specifico sul quale porre una domanda che invece tende a coinvolgere la totalità della condizione esistenziale e psicologica.
Soprattutto, dobbiamo considerare che non ci troviamo nella posizione dalla quale scrivevano - o immaginavano di scrivere - Debord o Boltanski. Non stiamo costruendo apparati e strumentari concettuali per affrontare la realtà. A malapena resistiamo invece al tentativo dell'abulia totale, e il simbolico è il pantano nel quale trasciniamo i piedi. Le nostre posizioni sono molto arretrate e instabili.


Il paradosso, dunque, per come infine appare:
Il simbolico è confuso, strategicamente occupato, colonizzato. I concetti di censura e blasfemia sono resi marginali nell'armamentario del potere, sostituiti dal marketing e dalla gestione del frame.
Allo stesso tempo, la virtualità crescente dell'economia - che però esprime attraverso dinamiche esplicite di inclusione ed esclusione, dolore e repressione la sua reale brutalità - fa si che il simbolico sia di fatto più reale dei corpi.
Attraverso l'iperconnettività tecnica si realizza questo lontano nipote del "dividi ed impera", il monopolio della connessione fra gli individui. La gestione tecnica permette manipolazioni inedite del codice adoperato: non direttamente, come vorrebbe un'idea ingenua (si è venduto/l'hanno comprato), ma attraverso la determinazione del contesto comunicativo. Diventa possibile manipolare così il codice e le interazioni che lo determinano e lo trasformano: brutalmente, vendere agli uni l'affetto e l'attenzione degli altri, e mettere ad interesse l'invidia. Capitalizzare sui processi di formazione ed espressione del soggetto.
A questo si riconduce la morte della tensione sub e contro-culturale. Il punto delle subculture è una evoluzione duplice verso un codice simbolico alternativo al mainstream e verso una forma di vita altrettanto alternativa o deviante. La cosa può svilupparsi in entrambe le direzioni: i rude boys giamaicani inventano un modo per rendere esplicita e riconoscibile una forma di vita deviante. I Punk inglesi esplorano un'estetica esuberante per trasformare attraverso essa la propria forma di vita: la cresta e la svastica trasformano di fatto la relazione con i genitori, gli amici ed i passanti, magari in modo imprevedibile ma infallibilmente.



 Il vampirismo delle pratiche simboliche inghiotte il lato simbolico della subcultura e lo rende disponibile come sistema di significati compatibili con le forme di vita esistenti. Come effetto collaterale, priva le forme di vita devianti di codici simbolici attraverso i quali articolare e riconoscere la propria originalità.
I non-luoghi della comunicazione, come Facebook, sono l'ambiente perfetto di questo vampirismo: volatilizzandosi, i codici non significano niente e si risemantizzano all'infinito. Voilà: industriali con la cresta e bimbi ricchi e bianchi col new era.

Dibattere se la colpa sia dell'individuo o del sistema è futile: ciò che è sicuro è che certi cambiamenti ambientali selezionano le scelte possibili, e se la selezione si restringe lo chiamiamo potere. Ma se le possibilità di scelta si espandono come lo chiameremo? Quella descritta sopra è una esplosione di possibilità di scelta nell'uso dei simboli per l'autorappresentazione, una esplosione di possibilità mimetiche, una espansione che può essere altrettanto e più efficace nel destrutturare un codice simbolico di una proibizione o rimozione.
Puoi dire, semplificando, che "facebook fa male, appiattisce le cose", ma il problema è più profondo, e ad oggi gli strumenti concettuali per affrontare gli effetti collaterali di quella che si presenta retoricamente come una enorme possibilità emancipativa latitano.
In conclusione, una nota di speranza: la prossima volta che incontra i tuoi amici, abbracciali. La relazione che hai con loro è flessibile, permeabile, e può sopperire o compensare tutta una serie di crudeli manipolazioni emotive e cerebrali, e in parte anche la perdita di senso del mondo intorno.




P.S.
Dal punto di vista della teoria dei corpi separati, quello descritto in questo post è un tema del tutto preliminare: la stessa definizione di un corpo separato richiede un codice simbolico locale e non può funzionare senza.

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