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08/04/15

internet come trascendenza

L'internet è una cosa meravigliosa. La possibilità aperta a chiunque di esprimere la propria personalità, le proprie opinioni, preferenze o addirittura idee tramite una vasta gamma di media.
Un laboratorio di connettività strategiche tanto versatile da convincere molti di trovasi di fronte ad una specie del tutto nuova di linguaggio, anzi a qualcosa che supera per complessità e potenzialità il limite stesso del linguaggio, travogendo la membrana che una volta separava questo dalla realtà.



Basta leggere un giornale, accendere la televisione o osservare per mezz'ora un teenager per rendersene conto: quello che succede su internet - o che, succedendo altrove, trova una sua risonanza sulla rete - è reale, ed anzi è l'unica realtà.
Non fraintendetemi: questo post non è una tirata neoluddista contro la perdita della "naturalità" dei nostri atteggiamenti pre-cibernetici, né una ripresa generica di argomenti contro la tecnologia basati sull'allarmismo e la perdita della nostra umanità. Neuromancer e Burning Chrome mi hanno insegnato appunto questo: l'orizzonte tecnico dell'evoluzione umana ci condurrà facilmente al punto di considerare l'involucro di carne, risultato di decine di migliaia di anni di adattamento, nient'altro che una obsoleta prigione fisica, un limite al movimento libero di concetti e simboli ai quali è legata la nostra vera identità.

Lo stesso concetto, risonando in gran parte della fantascienza contemporanea - da Matrix a Transcendence, e ancora in Lucy, per citare un film ormai classico e due abbastanza recenti - ci invita ad essere preso sul serio. Cosa significa, tuttavia, prendere sul serio il concetto del superamento dell'umano? Cosa significa riconoscere, come già Anders che L'uomo è antiquato?

Di certo non significa pensare che tutto cambierà: la sindrome del millennium bug ed i vari millenarismi possono essere facilmente scartati come meccanismi di difesa da chi abbia appena un po' di introspezione: al di là della funzione della catastrofe come escamotage narrativo efficace, una trasformazione radicale e repentina del modo di vita non è mai più che un'illusione ottica. Il cambiamento radicale repentino non è che il risultato, reso di colpo visibile, di uno stillicidio di metamorfosi locali. Per questo vi è sempre chi urla all'apocalisse e chi la precede cogliendo i segni.

Quello che voglio dirvi non è che l'essere umano è finito, o che dobbiamo prepararci al superamento del modo di vita corrente - anche se non sarebbe una cattiva idea.
Quello che voglio dirvi è che la trasformazione radicale delle condizioni di vita, di comunicazione, della costruzione della realtà sociale non apre un nuovo spazio, essa piuttosto avviene qui, nello spazio che già abitiamo.
La trasformazione della comunicazione, se in qualche modo rende obsoleta una parte della riflessione sul linguaggio e la comunicazione precedente, pone le condizioni non per un abbandono e un riposizionamento, ma per una specificazione ed elaborazione delle riflessioni precedenti. Messa giù molto semplice: sono migliaia di anni che gli uomini usano simboli, e il fatto che una volta fossero incisi su un muro di pietra e ora trasmessi lungo una fibra ottica costituisce una differenza periferica rispetto alle funzioni di produzione ed uso dei simboli.

"L'uomo è antiquato" non significa che, ad esempio, i nativi digitali non sono più da considerarsi umani tradizionali, perché la tecnica viene loro "naturale". Significa invece che l'essere umano - inteso non come sostanza specifica, ma come spettro di possibilità - è oggi nelle condizioni di non poter più dare per scontate le proprie funzioni simboliche ed il ruolo che esse assumono nella sua economia esistenziale.
Non è un terreno nuovo, è una crepa nel terreno vecchio, un'esplosione di possibilità tanto trasformative quanto patologiche. Il passaggio, simile al vecchio meccanismo dell'iniziazione, prevede la torsione di caratteristiche che avevamo scambiato per invarianti umane lungo assi finora ineffabili: l'opportunità di una comprensione più profonda di cosa significa "umano", e al tempo stesso la necessità del dolore ed il rischio dell'autodistruzione. (Su un piano più filosofico, si potrebbe chiedersi se di fronte a tali metamorfosi gli assi che consentono una coerenza nella trasformazione sono da trovare o da inventare. Ma rimanderemo la questione, per il momento.)

Prendi questo blog: io stesso non sono sicuro se sia più vicino alla situazione in cui parlo ai miei amici delle cose che mi interessano, ad uno spazio pubblico nel quale intervengo su problemi della collettività, o una sorta di raccolta privata nella quale vi do occasione di sbirciare. Non so se sono frivolo o serio, e nemmeno so quali forme di dialogo sono possibili a partire da qui. Probabilmente resterei sorpreso da qualunque interazione, e a volte mi accorgo di disorientare me stesso.
Tuttavia, nonostante tutta questa vaghezza ed apertura la verità è che, ancora più di quanto non sia il caso per la letteratura tradizionale, puoi leggere queste pagine come ti pare, ma proprio per questo finirai per leggerle secondo una schema al quale sei abituato (e io potrei scrivere per chiunque, in qualunque modo, non ho limiti né editori, ma finisco per scrivere nel modo in cui so, di ciò che mi interessa).

A tutti coloro che in modo non ironico intendono l'internet come una trasformazione della comunicazione umana, basti ricordare quanto sia difficile individuare nella serie di interazioni che sulla rete si producono forme realmente innovative di uso del linguaggio, e formazione di reti. Nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di replicare nello spazio virtuale una forma di connessione interpersonale e comunicazione già collaudata, nella quale ci si trova a proprio agio. Più ci si allontana dall'imitazione della vita vera, meno internet funziona (chiaramente, se per "funziona" si intende che contribuisce allo sviluppo organico delle piene potenzialità umane. Se invece si intende che contribuisce alla circolazione di merci, o allo sviluppo di un controllo sempre più capillare della realtà sociale, allora vale il contrario.)

Lo "specialista della comunicazione su internet", in conclusione, è una figura parassitaria, lontana dall'essenziale, che come l'antico sofista o il prete difende l'indipendenza del mezzo da ciò che ci passa attraverso. Il suo formalismo riflette quello della società tutta: da ogni parte, giornalisti e politici scuotono le proprie gabbie di carne, insofferenti nei confronti dei propri corpi come di quelli altrui, desiderosi solo di librarsi infine, pura luce, pura immagine, in una esaltazione emotiva disincarnata, avvolti dal sentiment del web, in un coro di tweet angelici.


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