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16/04/15

Lucidità

Qualche tempo fa, pensavo molto in termini di superficie e profondità.
Rispetto al rapporto fra linguaggio e pensiero, ad esempio, pensavo al linguaggio come una superficie, una costellazione di rapporti fra simboli disposta su un piano, in piena vista. Al di sotto di essa, in profondità, invisibile, il pensiero: fra i due, una dinamica di emersioni ed affondamenti. Uno spostamento di superficie leggibile sempre come segno, sintomo di una trasformazione profonda. Il fatto che le trasformazioni di profondità avvenissero in questa immagine in uno spazio, mentre le proiezioni linguistiche su un piano era responsabile, credevo, di gran parte dei malintesi. Leggere qualcosa significava allora, in qualche modo, investigarne il senso, Col tempo, e con l'esercizio della proiezione linguistica del proprio pensiero, si arriva ad intuire qualcosa del pensiero che muoveva le parole.
Stesso discorso valeva al di fuori del linguaggio, per il rapporto fra coscienza ed inconscio: movimenti profondi che nell'affiorare e nell'emergere si rivelano essenzialmente ambigui per un meccanismo di proiezione che nel far affiorare riduce la dimensionalità dei processi.
Quindi, ad essere dotata di profondità e superficie era sia la struttura della coscienza individuale sia quella della coscienza collettiva.

Poi ho cominciato a pensare al concetto di crepa. Quella cosa che spacca lo spazio, fa emergere superfici ulteriori, perpendicolari a quella originaria, e nel contempo suddivide lo spazio prima continuo.
Quì le implicazioni metaforiche diventavano un po' più complesse: a prima vista quello che succede quando si forma una crepa è un moltiplicarsi delle superfici di rappresentazione, e al tempo stesso una interruzione di quel continuo spaziale che era luogo di circolazioni profonde e innominabili.

Secondo questa formula, l'esplicitare qualcosa poteva appartenere non soltanto alla dinamica dell'emersione - la normale dinamica che porta l'inconscio alla coscienza, l'implicito alla formulazione esplicita, il genotipo nel fenotipo - ma anche ad una più drammatica vicenda di rottura, nella quale una forma "perpendicolare" di linguaggio emerge a spese di una scissione della continuità dell'identità.
Mi sembrava di trovare esempi di questa dinamica negli ambiti più disparati: pensa al momento in cui una solidarietà profonda e priva di parole si rompe, e del carattere assolutamente paradossale dei discorsi che abitano quella frattura, ad esempio in termini di guerra civile, o di una famiglia che intorno al tavolo del cenone di capodanno affronta in modo esplicito un sottinteso rimasto tacitamente intoccabile per anni.
Mi sembrava chiaro che i motivi di una simile frattura dovessero ritrovarsi nello strato profondo, anche se non mi era molto chiaro come. Di contro, mi affascinava l'idea che un momento traumatico sviluppasse due diverse "superfici" di senso non a contatto, eliminando al contempo la possibilità anche di una superficie originariamente continua.

Un altro problema incidentalmente risolto, era quello della perdita di senso di alcuni discorsi, in seguito ad eventi traumatici - la poesia dopo auschwitz? L'opposizione politica destra-sinistra dopo il crollo del muro? - la crepa interrompe lo spazio organizzato del discorso precedente, ed inaugura una separazione netta, che viene significata all'interno di ciascuno dei discorsi separati residui appunto dal confine con un discorso "perpendicolare".
Mi chiedevo poi: cos'è un discorso perpendicolare? E realizzavo di essermi in parte già risposto.
Ecco quello che si dice essere un discorso profondo: la rivelazione di un trauma che apre una direzione inedita della significazione, una fessura lungo la quale si può far scorrere i simboli direttamente al cuore dell'identità.
E il riassorbimento dei discorsi profondi - che poi è il motivo per cui nessuna avanguardia artistica ha infine inflitto alla distribuzione del senso una ferita irrimediabile - era dovuto per me ad una tendenza insopprimibile al rimarginarsi delle crepe (costrastata da una ugualmente insopprimibile tendenza al formarsi di crepe).

Quello che non avevo considerato, mentre mi sembrava di aver considerato tutto, è quel particolare che è già - mio malgrado? - apparso due volte in queste righe.
Se la superficie coincide col senso, e la profondità con uno spazio di trasformazioni, dinamiche e processi energetici che eccedono la coscienza - e la logica aristotelica - allora il formarsi di una crepa significa proprio questo: l'indebolirsi dell'unità, dell'identità, dell'Io, del soggtto agente o narrante.
E allora arrivo a pensare che forse non è un caso che Difaul su queste pagine sia sempre quello che rimugina, che interroga amici e parenti. Non mi sorprende che il primo post esprimesse in un certo senso la vergogna di aprire un blog del genere, e che poi abbiano trovato spazio tutta una serie di riflessi e passioni malinconiche, fino a costituire quasi il tono emotivo generale. Anche la presa di distanza costituita da uno pseudonimo assume un senso particolare.

In fondo, tuttavia, lo avevamo detto: il guadagno è prospettico, il danno è psichico e profondo. E' un gioco masochista quello dell'osservatore di crepe. Oppure, forse, se si considera la dinamica sopra descritta come l'osservazione di un processo già in atto, nonostante tutto, bisognerà sentirsi realisti. Possiamo farlo, tuttavia, solo al prezzo di rinunciare del tutto alla pretesa di azione. Di fronte alla realtà che ci dissipa e ci fa letteralmente fessi (nel senso di fessura), non siamo che spettatori. In quel caso è la realtà ad essere tragica (sia nel senso delle possibilità espressive che in quello di: tremenda).

Il problema che non mi ero posto è esattamente questo: cosa possiamo attenderci da una operazione del genere? Un primo indizio, secondo un curioso andamento circolare, ci viene proprio dal fatto che un tale problema - in genere uno dei primi a venire affrontat - ha tanto ritardato a presentarsi in forma esplicita. L'indebolimento dell'identità si esplica innanzitutto e soprattutto in indebolimento della volontà. Una volta che la descrizione sia posta sul piano del rapporto fra la locuzione - o la produzione di senso tout court - e i processi di disgregamento e separazione dell'io, come si può calcolare il guadagno? Un simile calcolo prevede e presuppone il parametro dell'io.

P.S. Ed ecco spiegato in parte il rancore espresso in questi mesi per la società della comunicazione e l'idea del produrre messaggi per agire sull'interlocutore. Tale modello è in aperta collisione con quello che ho appena finito di tratteggiare proprio perché considere il linguaggio uno strumento, dando per scontato che la strumentazione agisce a partire da un centro della volontà e nei confronti di un'altra volontà, come canale, come trappola o come arma. L'uso interno del linguaggio - il ruolo e la prospettiva che il linguaggio può fornire sulla costruzione del soggetto - risulta immediatamente un rimosso di questo tipo di prospettiva. Le due non sono congruenti, né compossibili. L'abitudine a considerare il linguaggio in uno dei due modi fa apparire l'altro immediatamente assurdo.

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