Follow by Email

03/08/15

Phase 2

Bentornati, amici, su Crepe, un blog come tanti nell'era della Moltiplicazione Spasmodica.
Dall'ultima volta è passato più di un mese, e non si può dire che il sottoscritto non sia maturato, almeno un po'.
Esito di questa maturazione è la deliberazione sconsiderata di consegnare al mondo - che a dire la verità poco se ne cura - una seconda fase di "Crepe". Dando per acquisito il poco che si è acquisito, e per perso ciò che è perso. Procedendo spediti, ma con cautela, e provando insomma ad essere più spinozisti possibile.
Nel periodo di silenzio di questo blog alcune cose sono cambiate, altre sono restate essenzialmente uguali. La terra ha continuato a precipitare nello spazio alla velocità di 3600000 chilometri orari, la società industriale avanzata ha piantato più a fondo le sue luride unghiette nel subconscio collettivo, enormi passi in avanti sono stati fatti nella costruzione di robot killer e praticamente nessuno per rendere l'esistenza umana sostenibile sul lungo periodo.
L'aria è irrespirabile. L'acqua è velenosa. Il mio stile di vita e il tuo uccidono ogni giorno, molto molto lontano da qui. Composti e compassati, ciononostante, non dobbiamo "arrenderci al panico".
(Abitatori di una psiche descritta solo nei termini di un conflitto irrisolvibile, veniamo costantemente istruiti in termini strategici su come gestire noi stessi. Liberi di pensare ciò che vogliamo, siamo invitati ad esercitare uno stretto controllo su ciò che proviamo.)
La disciplina dell'azione è superata (fare cosa, poi?), ciò che conta è l'entusiasmo, la passione, l'eccitazione febbrile ed euforica. La motivazione inconcussa, cieca, sragionante.
Una duplice tentazione ci stringe: da un lato la fuga, il rifugio nascosto ed inaccessibile di una calma uterina, nella quale recuperare una sicurezza fetale. Dall'altro l'esplosione, l'energia di una rabbia cieca e non più ignorabile, che possa darci infine una identità non-colonizzabile, che possa finalmente "fargliela vedere". Oscilliamo fra il desiderio di una visibilità estrema e quello di un'estrema invisibilità.
Tutti i nostri eroi portano maschere. Coloratissime.
Eppure, anche questa è una trappola: essere visti, rimanere invisibili, colti nell'equivoco per il quale la pupilla è penetrante e a sua volta penetrata da un'immagine.
I lettori di questo blog dovrebbero essere familiari, a questo punto, con l'idea di "doppio vincolo". No?
La rottura creatrice, il momento in cui la contraddizione si rivela infine nella sua ovvietà e insieme trova risoluzione, il momento in cui nascondersi non è più necessario (e ciò che covava sotto la cenere si svela), e la violenza compie il suo ultimo destino, rendendosi infine inutile, prende il nome di: rivoluzione.
Non possiamo ignorare, tuttavia, che rivoluzione è al tempo stesso lo spettacolo supremo, e lo spettacolo a sua volta merce al più alto grado di accumulazione. Dunque, con una originale capriola, alla fine l'economia di mercato si ritorce nel potlach: la distruzione di ricchezza come apoteosi di ricchezza.
(Vedi che succede, a dare supercomputer alle scimmie?)
D'altro canto, una nuova contraddizione si apre: lo spettacolo va replicato ogni giorno, e la rivoluzione dev'essere dunque permanente. La promessa seducente dell'evento assoluto - che non si replica - e la necessità tecnica di infinite repliche. Questo è il miracolo impossibile della contemporaneità, il centro mistico che non si lascia conciliare da nessun realismo, e che impedisce ogni forma di "ultima parola". La regola che spiazza ogni discorso "pubblico", obbligando costantemente a qualche forma di gestione dello scarto.
Alla promessa mai esaudita di rivoluzione, alla messa in scena costante di rivoluzioni fasulle, che ciononostante confondono le acque e intorbidano gli intenti, fino a ridurci al disgusto verso ogni e qualunque forma di resistenza organizzata - incapaci ormai di distinguere il vero dal falso. Nient'altro che un effetto collaterale, e tuttavia utilissimo.

Ciò che abbiamo cercato di dire fin dall'inizio, lavorando la nostra metafora fessurale, è l'ambiguità che consente al sistema di esistere attraverso le sue contraddizioni, riassorbirle e mobilitarle.
Laddove il saggio e l'idiota annusano l'assurdo, il folle vede un'opportunità: il nucleo di assurdità può essere a sua volta investito, funzionalizzato, assunto e propagato. Trasformato nel centro pulsante di una meravigliosa macchina simbolica.
I dispositivi dell'ironia, dell'iperbole, del rovesciamento comico, della parodia dominano la scena. Non c'è diritto al quale non si possa fare "il verso".


Tornando sul piano dell'esistenza individuale, dobbiamo infine chiedere: cosa ci resta? Quale ordine simbolico ci permetterà di riconoscerci come esseri umani? In breve: quale ruolo potremo abitare? La domanda è posta dalle cose stesse, è la pressione di una crisi d'identità generalizzata che echeggia dalle più alte sfere della cultura (di recente Aut Aut dedica un numero all'intellettuale di se stesso, sviluppando la questione a partire dalla tentazione del ripiegamento) alla cantina.
Il suggerimento mainstream, per noi giovani urbanizzati, alfabetizzati rispetto alla frenetica sarabanda dello spettacolo, è chiaro. La complessità dell'apparato industrial-spettacolare richiede competenze di consumo sempre più avanzate. Un certo fiuto, una certa abilità, l'unica che sembra avere ancora un valore pratico.
Giovanissimi videogiocatori diventano star. Giovani stilosi diventano fashion blogger. Da un angolo all'altro della semiosfera, l'ambizione generalizzata è mettere a frutto la nostra abilità di consumatori. D'altronde, è il consumo che fa il valore, ormai separato per sempre dall'oggetto. Sarà dunque il consumo la VERA forma della produzione! Nessun bisogno di costringersi nelle virtù borghesi e cattoliche dell'abnegazione, della parsimonia, del sacrificio. La via californiana al capitalismo insegna che col medesimo gesto si può (e si deve!) essere consumatori e produttori, osservatori ed osservati. Influencers. Opinion leaders.
In una parola: hipsters.


Che non ci sia da fare che questo? Riconoscersi artificiali fino nel midollo, e contribuire spassionatamente alla produzione-di-se? O, il che è lo stesso, riconoscersi nell'assenza assoluta di un progetto, fallimentari fin nel midollo, giustificati solo dall'abilità nell'abitare le proliferazioni e le contaminazioni di strutture di senso in continua rivoluzione?
Ecco: la nostra soluzione potrebbe prendere una forma intermedia, più-che-umana, meno-che-umana, nella riorganizzazione costante dello spazio simbolico.
Indagare senza condanne preconcette questo fondo informe che sempre l'umano è stato ed è, consapevoli che le ansie millenariste non aggiungeranno nè toglieranno nulla alla forma masticatoria, masturbatoria, mistificata di felicità meccanica che è la cifra del millennio che viene.
Per finire, come nella migliore tradizione, una dichiarazione di intenti. Intendiamo, d'ora in poi

1)Delimitare i bordi della trappola, la profondità della crepa.
2)Parlare del più e del meno.
3)Superare la paura, la fatica, lo schifo,

o almeno provare.

Nessun commento:

Posta un commento