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04/06/14

Il setaccio

L'altro giorno, mentre eravamo esattamente immobili al centro delle strisce pedonali (io dovevo andare da una parte, lui dalla parte opposta) fra me ed un mio amico è nato un discorso politico.
Ricordo bene che, poco prima che il tram numero 15 ce lo portasse via per sempre, ancora mi diceva “certo, tutto questo è una mia opinione, ma...”

il tram numero 15. Scary stuff.
Sulle prime ho pensato che questo secondo post avrebbe potuto parlare di politica. Ho anche pensato ad un discorso introduttivo sull'argomento, che spiegasse fino a che punto quello che scrivo è “solo tutta una mia opinione”. Poi mi sono dato del codardo. Quindi mi sono chiesto perché ed infine mi sono risposto che non tutto quello che penso dovrebbe sembrarmi contrattabile, e che dovrei riconoscere la mia ignoranza quando me la ritrovo davanti piuttosto che opinare senza un pensiero al mondo avendo messo da prima le mani avanti. A quel punto, dopo esserci dati reciprocamente del cretino e del saccente, i rapporti fra me e me erano del tutto compromessi.
Di scrivere un post sulla politica, non se ne parlava.
Quindi, come è d'uso in questo paese nelle situazioni d'empasse o di emergenza, in questo post si parlerà invece di opinioni, di metafore, ed in definitiva di chiacchiere.


Se c'è qualcosa sulla quale tutti concordano, a proposito delle parole e delle opinioni, è che ce ne sono troppe. Si affastellano, riempiono ogni possibile pertugio, si moltiplicano ossessivamente. C'è sempre qualcuno che ha detto qualcosa su qualcos'altro, e un terzo che lo riporta, che si tratti dell'opinione banale dell'uomo importante su un argomento triviale, sia che si tratti dell'opinione altrettanto banale del “passante qualunque” o “comune cittadino” (il quale parla attraverso un' intera folla di interpreti più o meno qualificati) sulla situazione generale.
Come comportarsi, dunque? Saremmo dei folli a pensare di sbrogliare la matassa, distinguere il giusto dallo sbagliato, "spremere il succo", "arrivare al dunque".
Dopo tutto, abbiamo schierati contro dozzine di ottimi giornalisti la cui professione sembra essere quella di accelerare il flusso di notizie disponibili. Il giornalista (in particolare quello televisivo) si procura raffiche di risposte banali, tentando di chiudere in uno stereotipo (che preferiscono chiamare “frame”) il suo oggetto, sia esso persona, fenomeno sociale. Riporta un ping-pong di commenti incrociati, botta e risposta elicitati ad arte. “X ha detto che lei è un cretino, lei sarebbe d'accordo a definirlo un imbecille?”, e mentre dichiara di stare cercando di “fare luce” sui fatti si assicura sempre il finale più edificante e scandaloso possibile, perché in fondo sa che le notizie non interessano a nessuno, quello che conta è la storia. Se una qualche parvenza di equanimità deve resistere per sostenere retoricamente la funzione dell "informazione" la si affida ancora una volta alla moltiplicazione: come se due storie di segno opposto producessero incontrandosi nella testa dello spettatore la realtà doppiamente rimossa, e non una contraddizione destabilizzante.
I lettori, dal canto loro, leggono i giornali per sapere di cosa parlare o per trovare qualcuno che argomenta con dovizia i propri pregiudizi, e guardano la TV per parlarne al bar; paradossalmente, gli unici che leggono sul serio i giornali sono i giornalisti, ed ogni genere di persona che sopravvive contribuendo la proliferazione dello spettacolare diffuso.



Di fronte ad un tale fluire vorticoso, non ci resta che immergere bene a fondo il nostro setaccio, e sperare che qualcosa vi rimanga fermo, che le reti rigide trattengano almeno un briciolo di sostanza, un' immagine, un' idea.
A cosa può servire? Non di certo a capire la direzione dell'acqua o la sua velocità, e nemmeno ad indovinare le complesse interdipendenze fra il terriccio ed i liquami che trasporta. Al più, ad indovinare un passato particolare, geologico, una verità solida che ha dovuto essere ridotta in polvere e fanghiglia per facilitarne la circolazione.
Non ci interessa la verità relativa, indicare chi abbia ragione su cosa, e nemmeno rivelare l' enorme mole del rimosso, il non-detto che informa i modi isterici di dire tutt'altro (è questo un compito che lasciamo volentieri a studi più seri). Vogliamo cogliere in fallo la macchina dello spettacolare diffuso, non nel senso di coglierla a dire il falso (che altro è lo spettacolo se non il continuo emergere dell'incoerenza, della falsità, la sua successiva smentita, e lo scandalo, e la condanna severa, e l'insospettabile colpevole...) ma nel senso di coglierla a dire suo malgrado la verità.

Continua

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