11/07/18

"I'll hit it so fast that their eyes water"



Presi negli ingranaggi di una insolita Storia, andavamo avanti un po' a tentoni.
Secondo Luis, la colpa era tutta del solito Governo, e in seconda battuta della Gente che avrebbe votato il Suddetto. La sua disperazione era teterrima e rancorosa. La faccia, accartocciata inorno a quell'unico, profondissimo taglio verticale alla base del naso, dove le sopracciglia si premevano insieme.
Secondo il Secco, non c'era da prendersela tanto: le cose sarebbero cambiate, e in fondo cambiavano sempre. Un po' di merda, si sa, piove, ma non per sempre, mai per sempre. Sarebbe bastato aspettare che ciò che non riuscivamo a controllare si mettesse a posto da se, e nel frattempo sopravvivere, non farsi il sangue amaro, o il fegato grosso.
Il Biondo, forse, era quello che se la passava peggio di tutti. Di noi, era forse il più astuto, e di certo il più resistente, e forse proprio questi erano i difetti peggiori. Come amava ripetere, si era fatto da solo, aveva scavato a furia di denti e unghie uno spazio nel mondo che avesse la forma della sua vita, e ne era fiero. Eppure, eccolo, rinchiuso in un attico ingombro e puzzolente, un altro abusivo fra abusivi, costretto ad ascoltare le inutili e lunghissime litanie di recriminazioni di Luis, a respirare di seconda mano il fumo che si sollevava in dense volute dalle canne di pessima qualità del Secco.
E allora? L'eroismo del biondo non poteva permettergli scorciatoie: nel suo sguardo lugubre si leggeva la forma più onesta e acre di violenza, il circuito chiuso della crudeltà. Il biondo non si sentiva tradito, né sfortunato. Il Biondo si sentiva addosso la puzza del fallimento, e passava i giorni e le ore a ripercorrere i propri passi, a chiedersi dove, come, avesse sbagliato qualcosa, dove tutto fosse andato storto.
Col tempo, la situazione si sarebbe guastata, lo sapevo: se a suo modo il Secco galleggiava, e si perdeva volentieri nella deriva dell'immaginazione, e Luis invece articolava di sempre maggiori dettagli la gabbia della propria paranoia, mai sfogata in azioni particolari, il Biondo mi preoccupava decisamente di più. Lo vedevo girare a vite, infilarsi nel buco del proprio inconscio, e scavare, e scavare, e chissà quando - mi chiedevo - la gravità lo avrebbe acchiappato così fortemente da non permettergli di uscirne mai più.
Un vero peccato, pensai. E poi mi sembrò di essere diventato appena appena più leggero, mentre spegnevo la sigaretta nel posacenere sul davanzare, e gettavo un'ultimo sguardo all'orizzonte urbano, distesa di volumi incongrui ed enormi distese vuote, inabitabili, favo di celle monofamiliari, ognuna carica di testimoni della Meravigliosa Ultima Epoca della specie Umana.
Chissà, forse sarebbe stato meglio per loro, abbandonare ogni speranza, ogni peso. Decidere di abbandonarsi alla natura-buddha, alla realizzazione della Vacuità Completa. Forse. Ma a che scopo? Una forma di ironia ancora più sublime li avrebbe giocati, nel mondo in cui l'apocalisse dell'Umano non aveva bisogno di passare per il fondo cosmico della coscienza, ma piuttosto per l'accelerazione inarrestabile dei rapporti di produzione.
Niente, baby. La bomba atomica, come diceva quel filosofastro schiumante, è l'ultimo Maestro Zen, eppure allo stesso tempo è la fine dello Zen.
E io? Non mi ero sforzato più di tanto, fra reazioni e razionalizzazioni. Di base, forse ero un po' simile al Secco, al suo taoismo immediato. Prima, certo, avevo coltivato ambizioni, prima di capire. Avevo sognato di emergere dalla melma dell'Umanità Comune, di espandere in onde concentriche la mia influenza galvanizzante sul Mondo Circostante, eccetera. E mentre pensavo queste cose, seguendo il filo sgranato dei pensieri lungo le formazioni psichiche sedimentate ed erose nel corso degli Anni Duri, accesi un'altra sigaretta, senza accorgermene quasi, la mano destra che percorre da sola la serie automatica dei movimenti, inavvertiti. La fiamma mi colse quasi di sorpresa. Sollevai gli occhi, mettendo per la prima volta a fuoco la stanza in penombra, malinconicamente riempita di scialbe sagome dalla luce opaca del tardo pomeriggio nell'atmosfera torbida della metropoli.
Ai margini dell'aggettivazione, stava il Biondo, con un coltello.

"Io", disse, "M'ammazzo".


29/06/18

Uck Fuck Fuck

Deprimente e parossistico, ecco, mi muovo come un semplice gesto attraverso l'aria, taglio come un angolo acuto nella materia morbida.
Non acconsentirò a scambi o trattative: disprezzo l'uso umano delle parole.

La mia teoria politica è semplice, non ricordare alcunché. Il mondo è nuovo sotto i miei occhi, fragile sotto il martello, caduco alla falce. Non aspettare, ecco.

La doppia presa si è sciolta, la doppia presa non può sciogliersi, questa è la doppia presa. Livello su livello, seppelliti dall'arrivo di un'epoca nuova di Grande Magia, subiamo, noi che avevamo calcolato l'andirivieni nel tempo e nello spazio, ma non la Grande Contrazione.

Come ti senti? Ecco, quella sensazione allo stomaco. Quella sono io, quando io non ci sono più. Non ricordarmi quando sarò sparito. Non pensare alla mia faccia, la mia faccia è un inganno, e ne ho altre. Non puoi vedere il Nodo, non con quell'attitudine.

Scopro sempre nuove cose, sai? Scopro che i segni sedimentati non stanno fermi, e il sisma è sempre in agguato, bestia oscura immonda affamata di carne vivente, amabile.

Cosa ti porta? Non puoi saperlo. La schiavitù è passato-presente-futuro. La libertà è istante-eternità, nessun programma. Fammi spazio. Fammi l'onore. Strappa via tutto e parti per un irrecuperabile Viaggio nella Dissoluzione.

Non ci capivamo, ecco. Ma alla fine.

31/01/18

Fovea Mundi

Keep giving bad people good ideas

La prima volta che hai scoperto di avere un ano, come ci sei rimasto? Non avere paura, siamo fra amici.
Lo sai, è un equivoco quello che distingue fra adulto e bambino. Pensavi di stare solo imparando, ed hai fatto i danni peggiori. Pensavi di avere imparato, e quanto ti sbagliavi.
Non avercela con me, parlo solo perché ti voglio bene. Non volevo che ti facessi male, e così non ti ho vaccinato adeguatamente. Poco ci mancava che ti ammazzassi da te con l'anestesia.
Funziona così. Non per tutti, però. Diciamocelo: sei tu, è proprio colpa tua. Hai fatto uno sbaglio, e questo capita. Ma a quello sbaglio sei stato fedele, e questa è la pessima fra le virtù, quella che si paga di più.
Ah, per me non fa differenza, io ci lavoro. Da quando eri poco più che un ragazzino ti sto dietro, e lo sai quanto ci siamo divertiti. L'errore non è mai solitario: c'è sempre quello che si ritrova in debito, e quello che un giorno riscuoterà il dovuto.
Finita la festa, ti tiravi il cappuccio sulla faccia e mi salutavi. Quasi scoppiavo a ridere, ogni volta. Cosa stavi pensando? Quelli come me li puoi chiamare, e spesso rispondono. Però non ce ne andiamo fino a quando non lo decidiamo, e sicuramente non fino a quando non avrai pagato tutto.
Certo, ad essere umani si potrebbe avere pena. Te ne stai lì steso sul divano, a sbavarti addosso, e potresti pensare di averlo pagato, il conto. Ma, ancora una volta, ti sbagli. Non ci sarà bisogno di dirtelo. Lo capirai da solo, quando aprirai gli occhi, e proverai ancora a sollevare lo sguardo. Io sarò lì, su quella sedia, ad aspettare, con un bel sorriso amorevole e un coltello.
Lo sai, questo, vero?
Sogni d'oro.

(tratto da Le lettere del diavolo a Julius Puech)

18/01/18

Omote

Prendere il fiato, piegarlo, riporlo, lasciare che scorra.

Riconoscere la vertigine kairotica, assorbirsi completamente, fino alla saturazione indescrivibile. Vomitare la vibrazione isterica. Spargere i frammenti residui, come segatura, dove l'eccedenza organica fa una pozza scura e rossa.

Non si arriva al margine senza un qualche tipo di profonda sofferenza. Non parlo per parlare, ma il parlare è infinito, e io parlo al singolare, ora. Ecco le mie parole: sono composte di lettere, e a leggerle l'aria vibra, fra i denti, aria inspirata ai fini della sopravvivenza, emessa ai fini del senso. Questa la vera lezione.

Eccoti lì seduta, e ignori che a poche dozzine di chilometri una bestia muore con un suono orribile. E ignori la vera natura della mente, eppure eccola, pienamente visibile, vorticare di sensazioni inosservate. Eccoti lì, seduta, completamente trasparente all'eternità, assolutamente incomprensibile altrimenti.

Ci facciamo? Anche la chimica è una questione di amore, no? Il vicolo e la camera e la lampada con lo smalto scheggiato e la mensola con sopra i libri, e il portaincenso, e un regalo impulsivo, tenace, sopavvissuto e dozzine di traslochi, mi ricorda che esistevi ed eri più di metà della mia realtà. E ora? E ora sei altrove, e non ti vedo, e l'odore della tua pelle non è più qui a scacciare i demoni.

Ci facciamo? Anche la letteratura è una questione di carne vibratile. E non c'è locuzione, giro di frase, che non ricordi la densità viva. E non c'è ritmo sordo che non vada avanti e indietro, cardiaco, sfinterico. Ecco il giro delle generazioni, ecco il giro dell'entropia autofaga, ecco l'incrociarsi delle serie: ama-fotti-nasci, ingoia-digerisci-caca, e il limite del corpo gonfio in putrefazione, il glorioso crepare dei tessuti che cacano se stessi in ogni direzione, nell'Ultimo Atto Amorevole.

Che cosa ci era successo? Avevamo perso la via. Ma la ritroveremo, no? E in fondo, non è sempre uno strano giro? Julius ha perso due dita, per sottrarsi alla trappola, ma poteva andare peggio. Si fa quello che si può. La coerenza del Sistema è una stupida ossessione paranoide. C'era da accorgersene assai prima. ma non ci serve, non ci serve e non ci è mai servito, un equilibrio prostetico, una nevrosi supponente.

Non ci è mai servito un maestro di buone maniere, una supposta di ottimismo, un rito di purificazione chimica, una seconda opinione, nonostante ogni vostro sforzo di rettifica, non ci sfugge la violenza del buon senso. Ma eravamo impreparati, e ormai anche quello è passato.

08/12/17

Esercizi di Eternità

"The art of progress is to keep intact the Eternal; yet to adopt an advance-guard, perhaps m some cases almost revolutionary, position in respect of such accidents as are subject to the empire of Time." A.C.

Immagina una donna o un uomo, desiderosa di conoscenza, ricca di ingegno, preparata alle avversità, dotata di molti trucchi e molte segrete conoscenze, profonda nella comprensione, determinata di fronte agli ostacoli, incurante del suo proprio valore, consapevole della realtà.

Immagina una trappola mortale, immagina una strada senza uscita, una guerra di cui si sia dimenticata l'origine. Immagina una follia paralizzante, immagina la sensazione del marciapiede contro la guancia, all'alba.

Immagina un gesto di gentilezza spontaneo, immagina una punizione giusta, immagina un insegnamento vero, immagina che ogni istante sia perso per sempre, irripetibile, morto appena dopo la sua comparsa. Immagina una mente completamente quieta, vuota di pensieri, priva di tracce, come un immenso lago immobile.

Immagina un silenzio troppo lungo, un caffé che si raffredda lentamente, il suono di risate registrate in una camera ardente, una lunga fila di denti scheggiati, scoperti per deridere la sconfitta di chi ha osato troppo.

Immagina una ritirata precipitosa, una scusa patetica. Immagina la realizzazione tardiva di una vocazione ormai irrealizzabile. Pronuncia le parole "non ti amo più". Immagina il sapore della carne umana.


17/06/17

Note sulla posizione del filosofo proletario

Avvertenza: in questa riflessione il termine "proletario" è usato per indicare colui che aliena la sua forza lavoro in cambio di un salario. Se il termine ti suscita brividi di disprezzo, lo sbuffo che si riserva ai ragionamenti fuori tempo, o significa molto più di quanto ho detto nella tua mitologia personale, forse sarebbe utile smettere di leggere adesso.
 
Scrivo in questa occasione a beneficio dei molti dottorandi in materie filosofiche (da non restringere indebitamente alla sola filosofia) che ho incontrato nel corso dell'ultimo anno e mezzo fra convegni e summer school, e in generale per gli assegnisti o quelli a contratto. 
Si tratta del tentativo di indagare da una prospettiva di classe la peculiare condizione dell’intellettuale contemporaneo non come deprecabile contingenza, ma come posizione strategica particolarmente sfavorevole dalla quale pensare, e nella quale esistere, e dunque interpretando la questione del come ciò sia ancora possibile.
 
Il dato di partenza, innegabile (anche se sarebbe un forte impulso negarlo) è quello del disorientamento, della confusione. Non uno di voi, di noi, sa bene cosa lo attende. Vi sono speranze e aspirazioni mal combinate, vi sono forti motivi interiori e pessime prospettive lavorative. Come evitare che collidano?

Cari amici, lo so che vi sentite confusi. E' normale. Siete proletari (quasi degli stagionali) che fanno un lavoro tradizionalmente borghese se non addirittura aristocratico, quello delle idee. Va ricordato a tal proposito che:
 
1) Ce lo fanno fare, e ci insegnano a farlo. questo lavoro delle idee, solo da quando è ormai tacitamente deciso che le idee sono obsolete rispetto alle immagini che si muovono, e soprattutto rispetto ai numeri.
 
2) gli effetti della divaricazione che si produce fra l'immagine-di-se aristocratica o quantomeno borghese e la condizione proletaria di vita sono molteplici, e possono plasmare la tua vita. 
 
Fra i più comuni:
 
- Il recupero di nozioni che definiscono la posizione paradossale o rivoluzionaria di un' aristocrazia proletaria (ad es. militanza comunista o subculturale)
 
-La celebrazione liturgica di uno stato di cose passato, e della figura di intellettuali morti che occupavano nella realtà la posizione che noi occupiamo solo nella nostra testa, nell'illusione di poter parlare, quantomeno come chiosatori, dal loro pulpito (che è crollato da tempo)
 
-L'odio per la gente, e la spocchia che ne è il corollario, che ci distanzia almeno emotivamente dai proletari che ci circondano.
 
-L'odio per le classi egemoni che occupano il posto che secondo noi sarebbe degli intellettuali come speciale settore aristocratico o quantomeno borghese, senza venire dal nostro cursus honorum: opinionisti, blogger, maestri di pensiero di varia provenienza. Non si tratta di un odio che si può mettere in campo, dell'animosità fra due avversari che si fronteggiano. E' l'odio degli abitanti di un paesino di passaggio obbligato che si ritrova bypassato da una vasta autostrada ricca di centri commerciali. Una condizione spirituale miserevole che avrei voglia di chiamare "nichilismo logistico".
 
Queste formazioni stanno come sempre fra il sintomo e il palliativo, ma non costituiscono una soluzione o una possibile traiettoria fuori dall'empasse. Sono utili ad inquadrare il problema, nella sua struttura di doppio vincolo stritolante, ma possono solo sottolinearlo. 
Non ci interessa in questa sede l’aspetto della sofferenza psicologica, ma l’impossibilità che sta alla sua base: ovvero la frizione fra un modo di pensare il proprio posto nel mondo estranea all’orizzonte del proletariato e della condizione proletaria. 
Si potrebbe anche dire: la frizione fra il bisogno di pensare il proprio posto nel mondo e la forma di vita del proletariato, la cui caratteristica cardine è l’alienazione, e quindi nasce nel momento in cui il proprio posto nel mondo è accettato perché si possa vivere, e metterlo in discussione significa metterlo a rischio.
 
Il problema centrale a questo riguardo riguarda l'individuo: il soggetto che pensa. Finché saremo convinti che sia il soggetto a pensare, l'individuo sarà chiamato in causa. 
Ma l'individuo non è una categoria del proletariato: il proletario in quanto venditore della propria forza lavoro, si riduce ad essa, come quantità misurabile e intercambiabile. ("Sai quanti ne trovo, per fare il tuo lavoro") Di contro, il filosofo, nella nostra mitologia, appare insostituibile. 
Del filosofo, dopo la sua scomparsa, non resta il mero lavoro, solidificato in generazioni di anonimo sudore - come quello che ha costruito la Salaria, o eretto le piramidi, o riempito le nostre città di macchina. Del filosofo resta il nome, quintessenza del soggetto, associato ad una serie di idee, prese di posizione, ragionamenti e opinioni che ne esprimono la libera attività intellettuale. 
La rinuncia alla libertà, nell’ottica della costruzione di un metodo collettivo, ad esempio, trasforma spesso un filosofo in qualcos’altro. 
 Già Schopenhauer se la rideva delle accademie per questa natura di domesticazione del pensiero, sulla base del fatto che esso ha senso e motivo solo là dove resta libero delle pastoie.
 
La funzione del filosofo sembra dipendere da una certo statuto autonomo e alieno, che gli permette di interrogare l'ordine sociale in quanto tale in forza di una soggettività slegata. Se ne ritrovano i simulacri e gli altarini nel "cogito". Il filosofo è colui che ha la forza di slegarsi da tutti i preconcetti, i pregiudizi e le convenzioni che gli impediscono di considerare un problema da capo e radicalmente. Egli non autorizza alcuna argomentazione in base al prestigio sociale che essa ha accumulato, vuole riprenderla in mano "di persona".
Benché possa sembrare obsoleta, è ancora questa immagine pseudomitica che ossessiona chi, attraverso lo studio dei testi, incontra e gioisce della conoscenza di molte figure simili: Spinoza, Bruno, Marx, Cartesio, Platone...
 
Cosa farà dunque il filosofo proletario? Dovrà rassegnarsi ad incarnare un ossimoro? La soluzione più facile, che potrebbe suggerire qualunque umano non coinvolto dal problema, è quella di abbandonare il campo. La filosofia non è morta già troppe volte? Si direbbe una per ogni filosofo. Ce n’è ancora bisogno? La posizione filosofica non è più compatibile con la realtà, non c’è più cicuta da bere, né pritaneo, solo ufficetti e convegnucci e convegnoni e aperitivi e presentazioni di libri nelle quali ci si svaga, ci si innamora, ci si diverte ma solo rarissimamente si ha la sensazione di fare filosofia (e poi, non sarà solo una sensazione, un’autosuggestione?).
Non commenteremo questo facile disfattismo: diciamo chiaramente che in questo caso non vi inviterò a mettervi in salvo dalla filosofia, né in tono sornione, né in tono serio. Questo è il consiglio che danno gran parte dei professori di una certa generazione, e segna fino a che punto il loro attaccamento a un certo stile o forma di vita aristocratica abbia cancellato ogni traccia della loro lealtà alla filosofia come disciplina, o all'istituzione che li mantiene.
Per quanto ci riguarda, facciamo finta che concordiate con me: che si resta con la filosofia fino alla fine, anche quando i padri vanno uccisi e le mitologie rovesciate, non si rinuncerà a pensare, e a pretendere da se stessi le risorse per continuare a farlo. Ma torniamo al nostro discorso.
 
Il filosofo proletario forse cercherà di sfruttare a suo vantaggio una rinnovata linea pubblico-privato: sarà meno individuo mentre si guadagna da vivere - magari attraverso un programma di ricerca ben pesato e misurato, che lo include come "forza lavoro cognitiva" in un corpo di intellettuali direzionabili, che si fanno dettare i problemi dai bandi europei? - e di contro sempre più individuo, sempre più ostentatamente e cinicamente "contro" nella vita privata, nelle espressioni informali, nel pensiero privato, nella militanza politica? (si noti come in questo senso i filosofi usano la militanza politica come autoterapia, e anche come è il fatto relativamente nuovo che la filosofia sia un “lavoro” a motivare tale divisione pubblico-privato. Gli antichi avrebbero messo la filosofia integralmente nell’otium, l’idea del filosofo stipendiato dallo stato avrebbe avuto presso di loro un che di ridicolo.) 
Oppure il filosofo proletario cercherà di decostruire la sua posizione come soggetto critico, facendosi collettore e connettore di un flusso di codice piuttosto che "testa pensante"? A questa seconda linea appartiene chi in Italia e all'estero (e sono tantissimi, più o meno seriamente) si aggrega spontaneamente in gruppi di ricerca, collettivi e nuclei di pensiero disinteressati. 
 
Non sono nuovi salotti, nuove sfilate, nuove avanguardie, nuove carbonerie. Sono il modo normale in cui i filosofi proletarizzari reagiscono adeguandosi alla propria situazione, facendo funzionare l’unico aspetto che essa offre di efficacia: la prospettiva di un lavoro collettivo. L'unica speranza di trasformare la dura lezione della scomparsa degli intellettuali nella ricomparsa dell'intelletto.
 
Nel deserto della realtà, un romantico potrebbe anche scorgere la soglia di un cambiamento attraverso il quale i filosofi saranno finalmente all'altezza di sviluppare un pensiero che non gli appartiene, dal quale non riscuotono dividendi, ma che scuote dal fondo il torbido intruglio dell'incultura generalizzata e del marketing politico/istituzionale.
 
A patto che non gli salti in testa di fare carriera, ecco. I proletari non fanno mai carriera.

13/06/17

Bioritmi/Demonologia

-Siamo d'accordo. A patto che tu dica "Inconscio" al posto di "Dio".

Taglio corto. Dopotutto, sono ore che discutiamo. Ma il mio interlocutore non mi ascolta: Dio gli parla costantemente attraverso la sua testa.
Probabilmente è uno schizofrenico non diagnosticato. Ma poi qual'è la differenza fra un'idea bislacca e una malattia mentale? Mi dice che i rettiliani controllano la terra attraverso la telepatia e i sacrifici umani. Gli dico che la borghesia invade e capitalizza sulla semiosfera, e penetra l'inconscio collettivo.
Nella notte, annuiamo come se ci fossimo capiti.
Siamo così diversi, in fondo?
Importa qualcosa?


Parliamo intorno a un tavolo sgangherato, i gomiti sul piano in plastica verde sul quale una pozzanghera di birra rovesciata si asciuga diventando sempre meno liquida, sempre più appiccicosa.

Un altro racconta: "una volta, quando ero in galera, uno ha provato a farmisi nella doccia. Ma io avevo una lametta nell'accappatoio, e girandomi gli ho aperto il cazzo in due. Poi mentre cadeva gli ho preso a calci la testa, e gli sono saltato sul petto." Ha una luce negli occhi, mentre lo dice.
Sorride. "Hai paura di me?" Chiede.
Rispondo onestamente: "No".

Non ho paura. Sono triste, ecco. Io con la mia paccottiglia da intellettuale, e le storie, e le dame i cavalier le armi gli amori, e la dialettica materialista, e la costruzione della situazione, e la sovversione generalizzata, e l'estetica post-punk, e il masochismo implicito.
In giro alle tre di notte.
E le vite rigate dalla sventura.


Una ragazza bellissima si avvicina a un ragazzo con i rasta. Lui porta una maglietta aderente, che rileva pettorali aitanti. E' uno silenzioso, se ne sta in circolo con quattro amici e non parla molto.
Lei, scortata da una amica, tenta un approccio. "Come hai questi muscoli? Scali montagne"?
"No, indovina"
"..."
"Gioco a ping pong".
Lei perde interesse immediatamente. Gli amici di lui lo prenderanno in giro per quaranta minuti. Lei è nota, serve al bancone in una pizzeria, e lì dietro è sempre sembrata perfetta e irragiungibile. Lui ora è rosso e suda di imbarazzo, oltre che di caldo.
Lei si piega, a dimostrare l'abilità nel toccarsi i piedi, poi si aggiusta platealmente il reggiseno, mettendo in mostra diversi centimetri quadrati di pelle proibita.
L'amica la porta via quasi di peso.
"Ma era sbronza! L'occasione perfetta!" Commenta uno. "Potevi giocartela meglio."
"Ha una buona amica" commenta uno.
La vediamo andare a casa con un avventore storico del locale, le scarpe in mano.
I ragazzi commentano i suoi piedini, si danno di gomito.
(Esorcismo? Rassicurazione?)
Penso al tempo, al bisogno di sentirsi amati, amabili, alla fame di carne e sangue. Alla necessità di scomparire per essere liberi. All'assenza di potere, al consegnarsi armi e bagagli al nemico dai begli occhi.
Nessuno di questi pensieri è adatto ad affiorare.
 Di che gioco stanno parlando?
Penso al cazzo tagliato in due, alla galera.
La stessa cosa? Un'altra?
Chi vince? Chi è vinto? (Si vince solo per perdersi?)
Cosa importa?
La luce dei lampioni non tramonta.
Non c'è orizzonte oltre le facciate dei palazzi.
(L'alba ci coglierà come uno sporco segreto.)



Non c'è tempo alle quattro di notte per pensare a mezza tinta.
Le questioni si risolvono d'un colpo.
Euforia o depressione.
Il tempo sedimenta e sublima.
L'oscillazione è dolce e profonda, quasi inavvertibile, sulla superficie ingombra di pensieri leggeri.
Come quando nella notte suona l'allarme antincendio, e tutti gli ospiti dell'hotel si ritrovano nella hall in pigiama.
Occhi cisposi, sguardi allarmati, o scocciati, o divertiti.
Così il cervello, rimescolato, produce incroci imprevedibili e umilianti.

Ai margini di una festa da ballo, guardo fisso il groviglio dei corpi, imbarazzati alcuni, impacciati, divertiti. Nello sguardo fisso si liquefaggono, fluiscono gli uni negli altri. Dopo qualche minuto, mi è del tutto impossibile considerarli umani.
"Sarebbe bello avere una personalità tutta intera. Il pensiero odia il corpo, il corpo detesta il pensiero. Il pensiero sogna un buco per uscire dal corpo, il corpo sogna uno sfintere per eiettare il pensiero."
Ma no, ma no. Fate la pace.
La danza è un atto di seduzione verso il proprio corpo, dice Gesù.
Mi muovo a tempo nella musica di un'altra notte, qualunque essa sia.
Tiro scemi i Loa, che si sporgono a guardare.
Eccomi, eccomi. E poi non più.
(Torno corpo fragile, ginocchia dolenti. Torcicollo. Tosse dai bronchi.
Respiro una boccata di fumo, la soffio nell'aria.)
E' tutto qui? E gli altri come fanno?


Non ti fa ridere, l'idea di un filosofo in questo secolo? Di certo fa ridere molti.
La risata è uno sfogo, l'eliminazione sbuffante di una tensione contraddittoria.
L'alternativa alla risata, è il sangue, se la tensione cresce.
(Chi sa far ridere, sa far ringhiare.)
Abitare un paradosso implica essere ridicoli oppure tremendi. Come i matti.
Più pratico abitare quei paradossi mutilati che si chiamano menzogne, e affrontare la verità quando verrà a bussare con l'insistenza di una notifica di sfratto.
"Dai, ancora con la verità? La verità è morta!"

(La sfilata dei matti si snoda lungo le strade. I discorsi sono tutti fuori luogo, e così i corpi. Un'oasi temporanea, psicotica.)
Pace della mente. Mi confesso a una giovane psicologa junghiana appena incontrata. Parlo del me stesso di otto anni.
Non controllo che mi stia ascoltando. Mi basta la calda sensazione di appartenenza lieve, che sempre marciare insieme mi ha dato.

L'idea! Si fotta l'idea!
Le idee dei matti danzano.
Ma i piedi.
I piedi marciano, marciano.
Dovresti avere paura dei piedi, non delle idee.


Di nuovo notte. Adrenalina e odore di botte nell'aria. "Quei quattro hanno rubato lo zaino di Dutch!"
Quando i ragazzi si fronteggiano, petto contro petto, cosa hanno da perdere?
Virilità? Rispetto di se?
I ladri sono sempre dei codardi prepotenti. La loro vanità non è nel dolore, ma nella gratuità.
La questione non è astratta ma rituale.
Si tratta di fargliela pagare.
La danza della scimmia, dritto dal sostrato mammifero.
Nessuno si fa male, alla fine.
Ognuno è soddisfatto quando si sente pericoloso.




(Solo chi non ha alcuna paura può evitare lo scontro.
Ma abbiamo tutti paura.
Dunque cerchiamo lo scontro.)

Come si può sconfiggere la paura? Battendosi.
La metafora è tortuosa, nasconde una trappola.
Paura della paura, lotta contro la lotta. Diffida dei sistemi ricorsivi, che ti condannano a un corpo frattale, all'incorporeo, alla schizofrenia.

Di cosa hai paura? Perché combatti?
Non potrò abbracciarti per sempre, e non intendo diventare uno strumento nella guerra contro te stesso/a.
Cosa ci resta? Non c'è gran che spazio per interazioni a parte questo.

Alle quattro, passo cadenzato e testa alta, vado a casa.
Le strade sono sgombre, l'aria tiepida.
L'alba ci coglie sempre come uno sporco segreto.